Risiko delle banche centrali, guerra valutaria in corso

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di Finanza Operativa 4 Maggio 2016 | 10:00

A cura di IG

Settimana di forti movimenti sul mercato valutario e si torna a parlare di Currency War. Ieri a sorpresa la banca centrale australiana, la RBA guidata da Glenn Stevens, ha scelto di tagliare i tassi d’interesse di riferimento di 25 punti base dal 2% all’1,75%.

La decisione da parte del Board dell’istituto centrale con sede a Sydney è legata al forte calo dei prezzi registrato nel primo trimestre. Gli ultimi dati sull’inflazione hanno mostrato una flessione dell’indice CPI (-0,2% t/t), un calo che non si registrava dall’ultimo trimestre del 2008, in piena crisi finanziaria. Il governatore Glenn Stevens ha ricordato che, nonostante la reazione dei prezzi delle materie prime, esistono ancora forti dubbi sull’andamento dell’economia cinese e degli altri partner commerciali. Tali timori e le deboli aspettative di medio-termine sull’inflazione hanno portato alla scelta odierna di abbassare il costo del denaro.

Dollaro australiano in forte ribasso dopo lo scivolone del 27 aprile (pubblicazione cifre inflazione) anche nella seduta odierna la valuta ha mostrato un calo significativo. La coppia valutaria AUD/USD è scesa fino a 0,75, minimi da marzo.

Biglietto verde recupera un po’ di terreno nel corso della seduta dopo aver toccato minimi da gennaio 2015 Il Dollar Index, paniere che misura la forza del dollaro contro le principali valute internazionali, ha segnato in giornata un minimo da gennaio 2015 per poi recuperare terreno. Osservando il grafico dell’indice si nota come da dicembre 2015 fino ai bottom odierni la discesa sia stata pari a oltre 8 punti percentuali. Riteniamo che a innescare le forti vendite sul dollaro è stato il radicale cambio di rotta da parte della Federal Reserve.

Le revisioni al ribasso delle stime sul PIL (nel primo trimestre ha mostrato un misero +0,5% a/a), i deboli dati macro industriali e sulla fiducia dei consumatori, il rallentamento delle altre economie (Cina e emergenti) hanno portato gli investitori a scontare un prolungamento della politica monetaria accomodante da parte della Fed.

A novembre 2015 le aspettative degli addetti ai lavori erano fissate per quattro rialzi dei tassi d’interesse nel 2016, a febbraio il mercato scontava due manovre, ora le attese sono per un unico incremento del costo del denaro negli Stati Uniti molto probabilmente nel mese di dicembre. Osservando le probabilità implicite di rialzo dei tassi calcolate attraverso l’andamento dei prezzi dei futures sui Fed Funds a 30g, possiamo notare che nel meeting di dicembre 2016 il FOMC ha una probabilità del 60% di alzare i tassi d’interesse.

Chi soffre? Ad avere le mani legate sono la Bank of Japan e la BCE che osservano “impotenti” l’apprezzamento delle proprie valute. Le nuove misure lanciate dalle banche centrali di Giappone e Eurolandia negli scorsi mesi non hanno avuto alcun effetto duraturo sull’andamento dei cambi. Lo avevamo già accennato negli studi precedenti che ulteriori stimoli monetari avrebbero avuto effetti marginali decrescenti sui mercati.

Il cambio euro/dollaro è salito anche sopra 1,16 (massimi da agosto 2015) per poi ripiegare violentemente a 1,15 sugli acquisti di dollari. Il cambio dollaro/yen ha registrato un ribasso a 105,55 (bottom da ottobre 2014) per poi tornare a 106,35.

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