La Bns e l’effetto sorpresa

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di Finanza Operativa 17 Marzo 2016 | 14:00

A cura di Silvia La Verde, Analista Saxo Bank Italia
Tra le Banche Centrali passate ai tassi negativi, la SNB sembra essere la meno propensa a rimanere al di sotto dello zero, accusandone la pressione: difficilmente assisteremo ad un altro taglio in futuro, limitato a condizioni macroeconomiche straordinarie. Il presidente della SNB, Jordan, ha recentemente ricordato come non sia auspicabile fare troppo affidamento alla riduzione dei tassi d’interesse in area negativa, sottolineandone i rischi e la mancanza di elementi per valutarne gli effetti di lungo termine. Sempre Jordan ha delineato meno di un mese fa i limiti e i costi degli strumenti non convenzionali di politica monetaria, la cui efficacia si ridurrebbe nel tempo.
Dopotutto alla Svizzera piace l’effetto sorpresa: aumentare la dose in stile-BCE non avrebbe la stessa efficacia di un provvedimento imprevisto. Di ciò che il mercato non si aspetta, non è nemmeno in grado di anticiparne o attutirne gli effetti.
Anche la reazione dell’Euro all’annuncio del bazooka di Draghi della scorsa settimana sembra aver salvato la SNB dalla necessità di replicare con un taglio ai tassi. Mentre EURCHF ha segnato +0,35%, è il dollaro USA ad aver perso l’1,22% contro il franco, allontanandosi dalla parità sfiorata nelle settimane precedenti. Dopotutto anche dicembre, che era stato temuto come un mese pericoloso per il rafforzamento del franco, ha visto EURCHF chiudere sostanzialmente costante (-0,1%). Più che una reazione disordinata dell’euro, si può leggere tra le righe un minor riparo verso CHF dovuto alla combinazione della sua minore attrattività in fasi di mercati avversi al rischio, e di una riduzione della stessa percezione del rischio in conseguenza all’annuncio di Draghi.
Intanto alla chiusura del 2015 la SNB ha riportato la sua massima perdita storica di 23,3 mld CHF (vs profitti di 38,3 mld nel 2014), per l’85% dovuta all’impatto del franco sul valore degli investimenti in valuta straniera, segando quasi -20 mld sul valore del portafoglio Forex (che ammonta a quasi 600 mld): un altro effetto della decisione dello scorso gennaio di abbandonare il tetto al cambio del franco contro l’euro, che aveva portato EURCHF a crollare (-19% a fine giornata) per poi riprendersi lentamente seppur restando dalla scorsa estate intorno all’area 1,09, e chiudendo l’anno con -9,7%.
Anche il settore produttivo ha sofferto il repentino rafforzamento di CHF, assorbendo una perdita di competitività sulle esportazioni e assistendo al peggior rallentamento del PIL dal 2009: la crescita per l’ultimo trimestre era attesa addirittura quasi nulla, registrando tuttavia un +0,4%. L’inflazione rimane in territorio negativo sebbene il +0,2% di febbraio la riporti al -0,8% annuale (vs -1,3%).

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