Greggio, tra tagli alla produzione e resistenze

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di Finanza Operativa 17 Maggio 2016 | 10:30

A cura di Ole Hansen, Saxo Bank
È stata una settimana variabile per le materie prime: i profitti su energia e agricoltura hanno generalmente compensato le perdite sui metalli preziosi e industriali. Nel complesso, il settore si è ormai attestato all’interno di un range e i risultati dei primi mesi dell’anno sono ormai difficili da replicare.
Driver importante dell’andamento dei mesi precedenti, anche se non l’unico, è stato certamente l’indebolimento del dollaro: il Bloomberg Dollar Index (che replica l’andamento di USD contro un paniere di 10 valute fondamentali) ha raggiunto il 3 maggio un minimo annuale. A partire da questa data, ha cominciato tuttavia a recuperare, costituendo un ostacolo per alcune materie prime (denominate in USD).
Nonostante la rinnovata forza del dollaro, il greggio ha compiuto un altro tentativo di rottura della sua resistenza chiave a 50$/b, mentre la produzione canadese e nigeriana ha subito temporanee riduzioni. Il tutto combinato con il primo equilibrio stagionale delle scorte americane e, con una prospettiva rialzista per la domanda da parte della IEA, ha contribuito a sostenere i prezzi che sembravano mostrare qualche difficoltà dopo il precedente slancio positivo.
I disordini politici in Brasile e un crescente deficit di fornitura hanno supportato in particolare lo zucchero, mentre il caffè ha giovato della siccità in Vietnam e del forte BRL. L’impatto della bolla delle materie prime scambiate dalla Cina, quali ferro e acciaio, in combinazione con le preoccupazioni sulle prospettive della domanda proveniente dal paese, ha invece penalizzato i metalli industriali. L’esplosione della bolla delle materie prime cinesi in seguito al giro di vite del mese scorso da parte delle autorità, ha innescato un crollo negli scambi di acciaio e ferro, sia in termini di volumi che di prezzi.
Oro e argento restano ben supportati nonostante i rendimenti superiori al 20% già realizzati durante l’anno. Una crescita lenta, le prospettive di un rialzo dei tassi USA che continuano ad affievolirsi, il panorama di tassi d’interesse negativi instaurato dalle banche centrali e le svalutazioni monetarie sono tra principali responsabili del miglior Q1 dell’oro, come evidenziato anche dal World Gold Council.
Considerando che la maggior parte di questi elementi sono destinati a durare, almeno nel breve termine, sia gli investitori istituzionali che quelli retail continuano a guardare a investimenti alternativi come l’oro, più che compensando il rallentamento della domanda di gioielli, maggiormente volatile.
Oro e argento hanno, tuttavia, ritracciato verso il basso durante la scorsa settimana, mentre il dollaro si è ripreso. Il trend rialzista rimane comunque valido: finora ogni battuta d’arresto è stata controbilanciata da ulteriori acquisti.
Un dollaro più forte può portare vento contrario, ma abbiamo di fronte anche il voto Brexit di giugno che dovrebbe creare sufficiente incertezza per mantenere un supporto.
I tagli alla produzione in supporto del greggio. Sia Brent che WTI hanno fatto un nuovo tentativo di rottura della resistenza durante la scorsa settimana. Le interruzioni di produzione a livello globale e la robusta domanda hanno contribuito a sostenere il forte aumento osservato dopo i minimi di inizio anno. Le più recenti interruzioni di forniture da Canada, Nigeria e Venezuela hanno ridotto considerevolmente l’eccesso di offerta giornaliera.
Questi sviluppi, in combinazione con il primo equilibrio stagionale delle scorte americane e con una prospettiva rialzista per la domanda da parte della IEA, hanno contribuito a sostenere i prezzi, che sembravano mostrare qualche difficoltà dopo il precedente slancio positivo.
Dopo aver segnato un doppio massimo, Brent e WTI hanno entrambi ritracciato parte dei profitti settimanali realizzati venerdì.
Il greggio mantiene una forte correlazione con il dollaro, mentre i report sulla produzione Opec che indicano il raggiungimento di un nuovo massimo pluriennale nel mese di aprile hanno contribuito ad attrarre qualche presa di profitto. Mentre l’Opec continua ad aumentare la produzione – soprattutto a causa dell’Iran – il sostegno degli attuali livelli di prezzo è sempre più dipendente da riduzioni esterne di fornitura. Continuiamo a considerare l’attuale processo di riequilibrio come delicato, e principalmente supportato dal rallentamento involontario dei produttori non-Opec (cioè dei produttori americani di scisto) insieme a molteplici e per lo più temporanee interruzioni di fornitura.
Mentre potremmo aspettarci un salto verso i 50 $/b durante il trimestre in corso, permane un rischio al ribasso. Le scorte USA hanno cominciato il proprio declino annuale, e nel corso delle prossime settimane ulteriori riduzioni saranno supportate dal calo delle importazioni canadesi, mentre queste ultime torneranno lentamente a pieno regime.
Col rallentamento della crescita delle scorte, l’attenzione tornerà sulle raffinerie e sui volumi di domanda di greggio da esse generata. La domanda implicita di benzina rimane superiore a quella dell’anno precedente per 325k barili, nonostante i 14 milioni di barili di scorte in eccesso rispetto allo stesso anno (contro margini inferiori di circa il 15%).
Il WTI scambia attualmente nel range 43-47 $/b, mentre il Brent tra 43,5-48 $/b. L’unica garanzia che abbiamo per i prossimi mesi è che si andrà incontro a una strada accidentata.
I prezzi petroliferi finiranno per riprendersi, attraendo nuovi investimenti e una rinnovata attività di perforazione. Per ora, la grande incognita è data dalle tempistiche di un equilibrio tra domanda e offerta, garantendo un’enorme volatilità nei prossimi mesi.

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