L’epoca attuale ricorda gli anni ’70 ma i mercati sono, in realtà, molto più forti

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Finanza Operativa di Finanza Operativa 12 Luglio 2016 | 12:30

A curadi Teis Knuthsen, CIO di Saxo Private Bank

  • Il voto Brexit frantuma la classe politica inglese e il modello di consenso europeo
  • Culturalmente, la globalizzazione ha fatto un passo indietro
  • L’epoca attuale ricorda gli anni ’70 ma i mercati sono, in realtà, molto più forti
  • Paura a parte, i portafogli ben bilanciati continueranno ad includere attività rischiose

Alcuni considereranno il risultato del voto inglese sulla permanenza in Europa come una vittoria dei populismi locali, in totale antitesi con la caduta del muro di Berlino del 1989.
Altri vedono il referendum del 23 giugno come un importante passo in avanti verso un’Europa più liberale e decentrata e come un’inevitabile protesta nei confronti di un’élite politica che ha clamorosamente fallito.
Dovrebbe essere chiaro che il supporto ad una maggiore integrazione globale è in calo, forse addirittura al collasso. La Brexit è solo un’altra indicazione di come molte cose siano cambiate negli anni in seguito alla crisi finanziaria. Il commercio mondiale sta rallentando (un trend alimentato dal cambiamento politico, oltre che da quello tecnologico), le ambizioni globali si stanno riducendo a livello locale e la tensione militare è in aumento.
È quindi chiaro che questo decennio si stia sviluppando in maniera differente rispetto agli anni ‘90 e gli anni 2000. Negli anni ‘90 abbiamo beneficiato di un periodo di pace, dopo la scomparsa del blocco sovietico, e della prima ondata di globalizzazione. I primi anni del secondo millennio hanno portato alla cosiddetta “ondata di globalizzazione 2.0” e a un folle indebitamento.
Si torna agli anni ‘70. I tempi sono diversi. I tassi di interesse negativi sono forse  il segnale definitivo che abbiamo perso fiducia nel futuro e i lavoratori occidentali iniziano a comprendere che globalizzazione fa rima con erosione del mercato del lavoro nazionale. Infine, il sogno neoconservatore di una diffusione della democrazia e dei valori culturali occidentali, si sta scontrando con la realtà, non solo in Russia, ma anche in Asia e nel Medio-Oriente.
Ironicamente, questo decennio presenta diversi punti in comune con gli anni ‘70: una crisi petrolifera (al contrario), inflazione (idem come sopra), problematiche con il Medio Oriente e una paura diffusa (legate a temi ambientali e guerre). Inoltre, come durante gli anni ‘70, la gestione della politica internazionale non è così fluida.
In comune ai due decenni vi è anche una rivoluzione tecnologica, dove i chip IT degli anni ‘70 avrebbero spianato la strada non solo all’era “.com” di fine millennio, ma anche ad un’apertura dell’intera economia mondiale (basti pensare all’esternalizzazione dei servizi IT in India). Oggi parliamo di digitalizzazione, robotica, intelligenza artificiale e stampanti 3D.
È ingenuo non considerare questo grande cambiamento e non si dovrebbe dimenticare quanto male performassero i mercati azionari duranti gli anni ‘70. Tuttavia, l’economia globale sta funzionando meglio di quanto si possa pensare.
Ad esempio, consideriamo gli Stati Uniti d’America: la disoccupazione è al di sotto del 5% e l’industria manifatturiera, ad esclusione dell’energia, è ai massimi storici. Lo stesso vale per le vendite al dettaglio e per la produzione automobilistica. Inoltre, i prezzi delle case sono al 10% rispetto al loro picco registrato durante la bolla del 2006 e il credito bancario è in aumento dell’8% anno su anno.
Se questa è una crisi, cosa considereremmo un boom?
Little England o Gran Bretagna? Ma torniamo all’Inghilterra: il paese si trova in un vuoto politico totale dopo che il primo ministro David Cameron ha annunciato le sue dimissioni senza prima dare inizio ai negoziati con l’UE per l’uscita dall’Unione. Un nuovo leader del partito Conservatore potrebbe essere previsto per i primi di settembre e, solo successivamente, si potrà formare il nuovo governo.
È improbabile che un avvio formale dei negoziati con l’UE venga messo in atto prima della fine dell’anno. Allo stesso tempo, la maggioranza dei parlamentari labouristi hanno mostrato un calo di fiducia nel loro leader, Jeremy Corbin, portando a grandi spaccature all’interno del partito.
Nel breve termine, l’Inghilterra rimane vulnerabile a una possibile crisi della fiducia che sarebbe ingrandita dal deficit sia dei conti correnti sia del bilancio pubblico. Una breve recessione non può essere esclusa del tutto e sembra ovvio che la Bank of  England faciliterà ulteriormente la politica monetaria.
Nel lungo termine, molto dipenderà dall’esito dei negoziati con l’Unione Europea, come anche dalla possibilità che la stessa Gran Bretagna si frammenti a sua volta.
Per l’Europa unita si tratta di una grave crisi politica e, se il voto inglese non venisse considerato come un vero e proprio desiderio di cambiamento comune a tanti paesi, potrebbe portare al collasso dell’Unione stessa. Il prossimo test importante sarà il voto per le riforme politiche in Italia, previsto per ottobre, ma non va dimenticato che il 2017 porterà con sé le elezioni presidenziali in Francia, in Germania e in Olanda.
Si può solo sperare che l’UE risponda alle ambizioni federali così in declino con una maggiore decentralizzazione, con una nuova attenzione ai valori originari dell’UE e con un approccio costruttivo durante i negoziati con la Gran Bretagna. Un ulteriore stimolo potrebbe essere già previsto dalla Banca Centrale Europea.
La ruota gira. Il mio modello a cicli di breve termine sta gradualmente trasformandosi in un ciclo di ripresa. Questo accade grazie a due fattori: innanzitutto, poiché lo shock dei prezzi dell’energia verificatosi lo scorso anno si è placato e in parte perché si è passati attraverso un tradizionale ciclo delle scorte.
A parità di condizioni – cioè, senza considerare il calo di fiducia sulla scia del voto britannico – i prossimi mesi dovrebbero portare ulteriori segnali di una ripresa della crescita globale.
Nessuna alternativa. Le incertezze politiche e quelle economiche sono dei validi argomenti per un approccio d’investimento difensivo. Se però si è in cerca di asset class difensive, il primo problema è che il rendimento sarebbe, nella migliore delle ipotesi, pari a zero.
Non vi sono, infatti, delle attività ragionevolmente sicure che possono proteggere il potere di acquisto dei vostri investimenti, per non parlare di generare rendimenti reali.
Non importa quanto si temano le turbolenze dei mercati, credo si debba mantenere una strategia di investimento che includa asset rischiose. In primo luogo questo significa titoli azionari, tra i quali privilegio titoli difensivi a bassa volatilità, e, secondariamente, mi riferisco alle obbligazioni extra-europee, per esempio le obbligazioni statunitensi ad alto rendimento e quelle dei mercati emergenti.
Infine, si potrebbe anche considerare l’oro – direttamente o tramite compagnie auree – come un’alternativa al denaro in un mondo di tassi d’interesse negativi.

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