Europa: perchè potrebbe essere un buon investimento (e perchè no)

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Finanza Operativa di Finanza Operativa 19 Maggio 2016 | 16:00

a cura di Roberto Rossignoli, Junior Portfolio Manager in MoneyFarm

Se si guarda alla performance dei principali indici azionari europei, colpisce come il prezzo di questi indici sia ad oggi più basso rispetto a quello di 15 anni fa; ad esempio l’indice MSCI EMU (MSCI è un index provider tra i più utilizzati a livello globale) nel maggio 2001 prezzava 147 punti, mentre oggi il livello si aggira attorno ai 103 punti. Ovviamente il livello dei prezzi è fuorviante, in quanto non tiene conto dei dividendi pagati nel corso del tempo, ma può comunque aiutare a dare un’idea dei quanto deludente sia stata la performance dell’azionariato dell’Eurozona. Il seguente grafico mostra la performance degli ultimi 15 anni dei principali indici azionari dei Paesi sviluppati, tenendo conto anche dei dividendi pagati durante tutto l’arco temporale. Dal grafico si vede come solo il Giappone abbia fatto leggermente peggio dell’Eurozona. Anche accorciando l’orizzonte temporale, il quadro non cambia: l’Europa ha sempre sottoperformato l’altro grande gigante del mondo sviluppato, gli USA.

Quali i principali motivi

La sottoperformance strutturale dell’Eurozona relativamente agli Stati Uniti può essere imputata a diversi motivi. Prima di tutto qualsiasi indice generico che riguarda l’area Euro è una media ponderata dei vari indici relativi ai diversi Paesi, che hanno esposizioni e performance molto differenti; Paesi diversi hanno generato rendimenti diversi negli ultimi anni, ed è normale che Paesi meno “virtuosi” abbiano in qualche modo pesato sulla performance complessiva. Ma anche andando a prendere solo i paesi dell’Unione Monetaria più performanti degli ultimi 15 anni (Paesi Bassi e Germania), i rendimenti dell’azionariato Usa rimangono ancora lontani.
Probabilmente, un modo migliore per spiegare le diverse performance delle aree geografiche è la diversa composizione settoriale che caratterizza i due mercati. La struttura è infatti molto diversa e se andiamo ad approfondire le esposizioni emergono differenze anche rilevanti. Le più rilevanti riguardano i settori Industrials (13% nell’MSCI Eurozone contro 9.5% nell’MSCI USA), Financials (21% vs 17%) – in particolare il settore bancario (11% vs 6%), e Technology (5.6% vs 12%). L’esposizione a settori molto ciclici tipica dell’Eurozona si traduce in una maggiore volatilità dei profitti. Il peso superiore delle banche in un’epoca di grade regolamentazione e tassi d’interesse bassi non ha aiutato l’area Euro, così come la bassa esposizione al settore Technology, il miglior settore degli ultimi 3 e 5 anni.
In un mondo che recentemente è sempre stato dominato da azioni growth (rapporto Price/Earnings alto, dividendi più contenuti e maggiori prospettive di crescita), il fatto che l’Europa sia sempre stata caratterizzata da azioni value (rapporto Price to book basso, dividendi più alti e valutazioni più convenienti) ha sicuramente pesato sulle performance. Ma quello che ha impattato maggiormente è a nostro parere la perenne incertezza politica che caratterizza l’Unione Europea, e più nello specifico l’Unione Monetaria. La mancanza di una visione comune su argomenti chiave come la politica estera, la politica fiscale, la crisi dei rifugiati e le perenni spinte separatiste all’interno dei singoli Paesi getta una un’ombra di incertezza e debolezza sull’Europa che ad oggi non è più sostenibile.

Perché ora l’Europa potrebbe essere un buon investimento…

Dal punto di vista delle valutazioni, le azioni europee sono relativamente più attraenti di quelle statunitensi. Il rapporto Price/Book per l’MSCI Eurozona è pari a 1.4x, ben lontano dal 2.3x di dieci anni fa, mentre per gli Stati Uniti lo stesso rapporto è pari 2.8x, vicino al 3x del periodo pre crisi.
Le stime del rapporto Price/Earnings dell’area Euro si attestano oggi a circa 13x (12.8 la mediana degli ultimi 10 anni); le azioni USA invece sono valutate circa 18 volte gli utili attesi (15.5 la mediana degli ultimi 10 anni).
Ultimo ma non meno importante, il tasso di dividendo è molto più alto nell’Eurozona rispetto agli Stati Uniti (3.8% vs 2.2%). In un contesto come quello attuale caratterizzato da rendimenti ridotti all’osso sul mondo obbligazionario, non è una caratteristica da sottovalutare.
Da un punto di vista macroeconomico, un euro ancora debole, il petrolio a prezzi bassi e l’azione della Banca Centrale Europea sono tutte a supporto dell’Eurozona. Mentre la crescita negli USA recentemente è stata rivista al ribasso, nell’Eurozona la ripresa rimane stabile, e per di più i vari Paesi all’interno hanno ripreso a crescere (Italia e Francia stanno convergendo verso i tassi di crescita di Spagna e Germania).
L’azione della Banca Centrale Europa può infine creare le condizioni ideali per un investimento value: con i tassi a zero, la ricerca di rendimento passa per forza anche per azioni con i dividendi più sostanziosi. La azioni value in aprile hanno sovraperformato il fattore growth sia in Europa che nell’Eurozona. Da inizio anno gli indici focalizzati sulle società con i dividendi più alti e costanti hanno performato molto bene.

…e perché no

D’altro canto, le prospettive politiche per l’Eurozona non sono mai state così incerte. Il referendum sul Brexit, le elezioni spagnole, le varie forze centrifughe che rendono l’integrazione europea sempre più lontana, la revisione della normativa del settore bancario, la crisi dei migranti e l’enorme debito pubblico accumulato sono ancora tutte questioni da risolvere.
Si prospetta una estate politica molto calda, che potrebbe facilmente compromettere la crescita economica tanto cercata che ora sta finalmente ingranando.

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