A chi fa bene un basso prezzo del greggio

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Finanza Operativa di Finanza Operativa 30 Marzo 2016 | 14:30

A cura di Marcus Svedberg, capo economista di East Capital
La volatilità del prezzo del greggio è stata evidente negli ultimi tempi, con una flessione del 29% durante le prime due settimane dell’anno e un guadagno del 55% nei due mesi successivi. Il rally è stato di supporto per i titoli azionari dei mercati Emergenti e di frontiera, ma ora siamo nuovamente allo stesso punto di inizio anno e ci sono tutti i presupposti per credere ad una stabilizzazione del prezzo del greggio su un livello storicamente basso.
Generalmente, si parte dal presupposto che un basso prezzo del greggio rappresenti un fattore negativo per i mercati Emergenti. La ragione è principalmente legata al sentiment, dato che un prezzo del petrolio in calo tende ad essere associato ad una riduzione della propensione al rischio. Infatti, l’indice di riferimento dei listini Emergenti indica una correlazione relativamente stretta con il prezzo del petrolio negli ultimi 15 anni.
Ma questo non è un fattore necessariamente esclusivo dei mercati Emergenti e di frontiera, nè basato sui fondamentali. In primo luogo, l’andamento dei mercati azionari in generale riflette l’andamento del prezzo del petrolio nonostante i Paesi sviluppati riescano a ridurre la volatilità riuscendo a smussare gli effetti dei massimi (come nella prima metà del 2008) e dei minimi (come nella seconda metà del 2015). In ogni caso, di recente, tutti i mercati hanno performato  meglio rispetto all’andamento del prezzo del petrolio, forse come risultato del fatto che l’attuale debolezza del prezzo del greggio sia principalmente dovuta alla sovrapproduzione piuttosto che a una domanda fiacca.
E’ da tener presente che l’elevata correlazione tra i listini Emergenti e il prezzo del greggio non è basata sui fondamentali. Gran parte dei mercati Emergenti sono in realtà importatori netti di petrolio e di conseguenza sono avvantaggiati da un prezzo più basso. Solo otto dei 23 mercati compresi nell’indice MSCI EM, che rappresentano meno del 20% del peso complessivo, sono importatori netti e l’energia rappresenta solo il 7% dell’indice. Lievi differenze invece sono quelle presenti sui mercati di frontiera visto che solo il 5,5 dei 23 mercati sono esportatori netti (il Vietnam è un esportatore netto di greggio ma un importatore netto di prodotti petroliferi e perciò nel computo viene calcolato a metà) ma si tratta di mercati che rappresentano più del 45% dell’indice. Molti mercati di frontiera, tra i quali spiccano l’Arabia Saudita e l’Iran, sono tra i principali esportatori di petrolio, ma il peso dell’energia nell’indice dei mercati di frontiera rimane tuttavia inferiore al 10%.
Il vecchio tema di investimento del consumo dovrebbe quindi essere estremamente rilevante in un contesto di prezzi bassi nei mercati Emergenti e di frontiera. Le società rivolte al retail e attive nei settori del food, dell’abbigliamento, dei prodotti elettronici ed e-commerce, delle automobili o della costruzione di abitazioni dovrebbero beneficiarne visto che il reddito disponibile dovrebbe conseguentemente aumentare. E nei mercati più dipendenti dal petrolio è anche possibile acquisire un’esposizione a forte sconto in questo momento.
Per di più, l’aggiustamento del prezzo del petrolio ha contribuito alla correzione di alcuni sbilanciamenti macroeconomici, ma, prima di tutto, ha giocato un ruolo strumentale nello spingere l’inflazione verso minimi storici.  E sono molti gli analisti convinti che l’inflazione continuerà a calare. Se però da un lato la deflazione potrebbe essere una minaccia concreta nei Paesi sviluppati, un tasso di inflazione medio appena sotto il 5% rappresenta una situazione molto positiva per i mercati Emergenti. E ciò è soprattutto vero viste le attese di un nuovo balzo nel tasso di crescita.
In secondo luogo, prezzi del greggio più bassi aiutano anche a correggere l’attuale disequilibrio negli Emergenti nel conto corrente della bilancia dei pagamenti. Lo spread del conto corrente tra i Paesi importatori ed esportatori di petrolio tende a crescere del 7-8% del Pil nei periodi di rally delle quotazioni, ma questo sbilanciamento è stato ridotto durante gli ultimi anni, probabilmente anche in maniera eccessiva, e l’aspettativa è che si assesti nel giro del prossimo quinquennio.
Alla fine, nonostante un livello basso dei prezzi del greggio rappresenti un elemento positivo in special modo per gli importatori, non è necessariamente un male per gli esportatori. Prezzi bassi del petrolio, infatti, stimolano all’interno di questi Paesi l’implementazione delle riforme meno agevoli che, nei periodi in cui il prezzo del greggio rimane alto, non sono ritenute necessarie. Un valido esempio è rappresentato dalla riforma del tasso di cambio verso un meccanismo fluttuante, come in Russia nel 2014. Il consolidamento del budget è un altro esempio, evidente sia da Paese a Paese sia in termini generali. Tuttavia, non mancano esempi negativi, come il rifiuto della Nigeria, altro esportatore di petrolio, a svalutare la propria divisa, mossa questa altamente controproducente.
Bassi prezzi del petrolio stanno rendendo anche più facile per i Paesi importatori l’implementazione delle tanto attese riforme, come la parziale rimozione di costosi e distorsivi sussidi all’energia in Paesi come India e Indonesia. E si tratta di limitazioni che sarebbero state molto meno probabili se i prezzi del greggio fossero rimasti elevati.
È improbabile che questi fattori fondamentali muovano i mercati azionari nel breve periodo, specialmente fino a quando registreremo alti livelli di volatilità, ma dovrebbero aiutare a riaccendere i riflettori sui mercati Emergenti una volta che il prezzo si sarà stabilizzato. In fin dei conti, è discutibile se sia la volatilità piuttosto che gli attuali livelli dei prezzi a guidare il sentiment di mercato. In altri termini, per i mercati Emergenti è più l’aspettativa di un calo del prezzo del greggio, piuttosto che il prezzo basso in sé, a rappresentare un problema per i mercati Emergenti.

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