Al referendum sull’indipendenza in genere si sceglie lo status quo

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di Finanza Operativa 23 Giugno 2016 | 15:30

A cura di Michael Boye, Fixed Income Trader, Saxo Bank
È arrivata l’estate e con lei, pare, un nuovo dramma per l’Unione Europea. La saga del debito greco è ancora fresca nella nostra memoria e quest’estate vede nuovamente un vortice di opinioni a causa del voto di oggi. Un’osservazione interessante che può supportare questo spostamento è che, nonostante gli opinion polls mostrino una sostanziale parità di opinioni, la storia dei referendum relativi ad un’indipendenza ci mostra più probabilità per una soluzione di “status quo” (nel nostro caso per il “Remain”), piuttosto che per ciò che prospettano i sondaggi d’opinione.
Nel grafico seguente, gentilmente fornito da Deutsche Bank, possiamo infatti riscontrare che ciò si sia verificato sia nel caso del referendum scozzese del 2014 che in quello del Quebec del 1995 (va detto, però che la dimensione del campione è piuttosto piccola per questo genere di tematiche).
brexit poll
Se l’elettorato britannico, tuttavia, decidesse per un’uscita shock dall’UE, le classi di attività a reddito fisso più a rischio sarebbero, a nostro avviso, gli spread periferici e i crediti europei ad alto rendimento, poiché l’incertezza legata al futuro dell’unione (come anche i movimenti indipendentisti in altre aree) consentirebbe l’aumento dei premi di rischio.
Guardando oltre al panico nel breve-termine, riteniamo però che una decisione propendente per l’uscita della Gran Bretagna dall’Europa possa comunque potare con sé opportunità di acquisto a lungo termine. L’impatto specifico di una Brexit rimane incerto, e sappiamo bene che l’incertezza non va a favore dei mercati.
Forse è questo, allora, il maggior fattore alle spalle di tutto questo nervosismo.
In realtà, e indipendentemente dall’esito del referendum, domani mattina non ci sarà alcun cambiamento definitivo. Nel caso in cui vinca il “Leave”, infatti, si dovranno intavolare dei negoziati politici tra UK e UE in modo da definire le condizioni dell’uscita.
In questo caso, sarà molto probabile che si opti per una soluzione pacifica, con tutta una seria di condizioni immutate in merito agli scambi economici più importanti e con un’armonizzazione dei relativi parametri. Entrambe le parti sono infatti decisamente interdipendenti da un punto di vista economico (un esempio tra i tanti sono le pressioni da parte delle case automobilistiche tedesche  per mantenere l’accesso al mercato UK). Oltre all’integrazione commerciale, anche gli accordi legali tra UK e UE sono decisamente significativi dopo tre decadi di appartenenza, si cercherebbe quindi una transazione più trasparente aumentando le probabilità di un accordo in stile Norvegia o Svizzera.
La campagna per l’uscita è stata anche sostenuta dalla tesi che la capacità, da parte di un Regno Unito indipendente, di creare nuovi accordi commerciali con gli Stati Uniti e la Cina sarebbe la riprova che la permanenza nell’Unione sia stata alquanto inutile fino ad ora.  In definitiva, riteniamo che gli investitori farebbero bene a ricordare la ormai famosa massima di Buffett: “Sii avido quando gli altri sono timorosi, e viceversa!”.

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