Le possibili conseguenze del referendum nel Regno Unito

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di Finanza Operativa 31 Maggio 2016 | 16:00

A cura di Deutsche Asset Management

Mancano meno di quattro settimane dal referendum britannico sulla permanenza in UE (“Brexit“). Come avevamo anticipato nel nostro Weekly Special di inizio maggio, il dibattito economico è rimasto in un quadro abbastanza ben delineato, senza colpi di scena. Chi è dalla parte della permanenza in UE ha mantenuto l’attenzione sugli effetti ignoti e pericolosi di un’uscita dall’Unione, come peraltro sottolineato anche dal comunicato congiunto dei membri del G7 a Ise Shima. Al contrario, chi è per la Brexit prevede che il Regno Unito fuori dall’UE potrà maggiormente beneficiare degli effetti positivi del libero scambio.

Nelle ultime settimane sta crescendo il supporto – a detta dei sondaggi – per la permanenza in UE. Tuttavia, la dispersione tra i singoli sondaggi è in aumento, per cui non è possibile estrarre un vero e proprio trend. Registriamo inoltre una differenza tra i risultati dei sondaggi online e quelli telefonici, e a questo aggiungiamo un messaggio ulteriore di cautela data la difficoltà dei sondaggi a tracciare un quadro statisticamente rilevante delle opinioni dell’elettorato britannico, come è stato recentemente dimostrato nelle elezioni generali del 2015.
Affrontiamo in questo Weekly Special 10 domande sulla Brexit e prepareremo un ulteriore report prima del Referendum, con ulteriori dettagli ed approfondimenti.
1. Cosa prezzano attualmente i mercati finanziari?
Grazie all’evoluzione dei sondaggi apparentemente più sfavorevole per la Brexit, la probabilità implicita per la permanenza in UE è aumentata e con essa si è ripresa la sterlina ed i titoli azionari britannici. Tuttavia, il mercato delle opzioni sconta alti livelli di volatilità a giugno mentre abbiamo assistito ad una sovraperformance dei titoli azionari con maggiore esposizione extra-UK a causa del deprezzamento della sterlina. Sul deprezzamento della sterlina, secondo la Bank of England circa metà del movimento registrato da inizio anno fino a metà maggio è attribuibile alla Brexit.
2. I risultati resteranno incerti fino al 23 giugno o avremo maggiore chiarezza nelle prossime settimane?
A causa della difficoltà nella lettura dei sondaggi ed ai dubbi nella loro accuratezza, è difficile prevedere maggiore chiarezza prima del referendum stesso. Una porzione importante dell’elettorato è ancora indecisa. Detto in altre parole, anche se ultimamente i mercati hanno prezzato più favorevolmente lo scenario della permanenza in UE del Regno Unito, non possiamo escludere ulteriori scossoni e volatilità prima del referendum.
3. Il voto sarà decisivo per risolvere le fratture esistenti?
Probabilmente no. Un voto molto ravvicinato favorevole con piccolo margine al campo del “Remain” non aiuterebbe il Partito conservatore a ricucire lo strappo interno dei sostenitori della Brexit. Anche se un secondo referendum è improbabile, potrebbe comunque essere chiamato per richiedere ulteriori concessioni all’UE. Al contrario, un voto molto ravvicinato favorevole con piccolo margine alla “Brexit” porterebbe con sé problemi costituzionali soprattutto se la Scozia vota massicciamente nel campo del “Remain”. Anche un voto più decisivo a favore di uno dei due campi non ridurrebbe le fratture nel Partito conservatore, storicamente spesso diviso sulle tematiche economiche.
4. Quale sarà la grandezza e la direzione del riallineamento dei mercati post-referendum?
Innanzitutto sottolineiamo che la grandezza e la direzione del riallineamento è funzione dell’andamento dei mercati nelle settimane precedenti il referendum.
In ogni caso, con la Brexit ci attendiamo mercati in modalità “risk-off”, specialmente nei mercati britannici ed europei. Dollaro e Yen dovrebbero rafforzarsi, la sterlina si indebolirebbe ed i tassi di interesse scenderebbero. In caso di voto “Remain”, potremmo assistere ad una qualche forma di rally sui mercati azionari europei e statunitensi ed ad un movimento di rialzo nei tassi.
5. Quale sarebbe la durata del riallineamento dei mercati?
È importante prendere atto sin da ora che non vi sarà un solo riallineamento, ma molti, soprattutto in caso di vittoria della Brexit. Regno Unito e UE hanno due anni a disposizione per raggiungere un accordo su come procedere al divorzio, e tale periodo è estendibile entrambe le parti sono d’accordo. Giusto per dare un termine di paragone, negli anni ’80 la separazione con la Groenlandia durò tre anni. Durante questo lungo processo, i mercati dovranno costantemente recepire e valutare le nuove informazioni a disposizione.
6. Quali sarebbero i punti deboli da affrontare subito in entrambi gli scenari?
In caso di Brexit, gli occhi saranno immediatamente puntati sulla Bank of England e sui suoi piani di contingenza. Assisteremmo ad una sottoperformance dei titoli britannici più legati ai consumi interni. L’euro potrebbe anch’esso indebolirsi e la periferia dell’Eurozona potrebbe soffrire. Nessun punto debole critico immediato in caso di vittoria del “Remain”.
7. Quale sarebbe la risposta istituzionale europea in caso di vittoria del “Remain”?
C’è chi sostiene che le negoziazioni tra Cameron e UE nello scorso inverno richiedono maggiori dettagli, per cui, a seconda della grandezza dell’esito del referendum, è probabile che l’UE assuma un tono differente.
8. Quale sarebbe la risposta istituzionale europea in caso di vittoria della Brexit?
Avrebbe senso, per entrambe le parti in causa, cercare un accordo costruttivo a favore di una separazione quanto più possibile indolore. Il processo, purtroppo, non sarà facile, e le agende dei 27 membri rimanenti in UE potrebbero essere divergenti. Con ogni probabilità, l’UE non sarebbe troppo benevola nel definire gli accordi commerciali con un Regno Unito fuori dai suoi confini.
9. Quali sarebbero le implicazioni economiche a lungo termine per il Regno Unito a seconda delle due opzioni? In caso di vittoria del “Leave”, l’impatto macroeconomico dipenderebbe dagli accordi concordati tra Regno Unito ed UE. È comunque ragionevole ipotizzare che una prolungata incertezza dovrebbe portare ad un effetto negativo sia sui consumi che sugli investimenti. Anche il commercio estero potrebbe risentire negativamente, ma beneficerebbe invece dall’indebolimento della Sterlina.
Pensiamo che gli scenari eccessivamente ottimisti o eccessivamente pessimisti non troveranno riscontro nella realtà: ad esempio, anche se gli investimenti diretti esteri dovessero essere negativamente colpiti in caso di Brexit, il Regno Unito dovrebbe comunque restare una destinazione interessante in materia di investimenti, grazie al suo mercato del lavoro flessibile e un buon “business environment”.
In caso di vittoria del “Remain”, gli scettici continuano a ritenere che la regolamentazione UE comporterebbe un freno a lungo termine sulle prospettive di crescita britanniche, anche se questo punto è tutto da dimostrare.
10. Quali sarebbero le implicazioni economiche a lungo termine per l’Eurozona e l’economia globale a seconda delle due opzioni?
In termini economici, le economie più piccole e con maggiori legami storico-culturali con il Regno Unito (ad esempio l’Irlanda) potrebbero essere svantaggiate dalla Brexit. Gli effetti commerciali cambierebbero sensibilmente da paese a paese, ma in generale sarebbero negativi, e comporterebbero con sé anche un calo della produttività. L’UE perderebbe un’economia dinamica e flessibile come quella britannica, ma allo stesso tempo perderebbe una nazione che ha perlopiù rallentato e/o frenato l’integrazione europea. In caso di “Remaini”, invece, potrebbero pure concretizzarsi effetti negativi a lungo termine se vince lo “status quo” e si riduce la pressione a passare nuove riforme strutturali.

 

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