L’Opec decide per il taglio della produzione, ma riuscirà a metterlo in atto?

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di Finanza Operativa 29 Settembre 2016 | 17:00

A cura di Ole Hansen, Head of Commodity Strategy di Saxo Bank

  • L’Arabia Saudita ritira la strategia “pump-and-dump” dopo aver accettato l’accordo sul taglio del petrolio
  • Questo accordo rappresenta il primo taglio della produzione dal 2008 da parte dell’Opec
  • Il deal deve essere messo a punto prima dell’incontro dell’Opec del 30 novembre
  • Nigeria, Libia e Iran dovrebbero essere esclusi
  • Con ogni probabilità gli effetti di questa manovra si vedranno a partire da gennaio 2017
  • Nel breve termine, la valutazione del petrolio non dovrebbe allontanarsi dai $50/barile

La strategia “pump-and-dump” introdotta dall’Arabia Saudita a novembre 2014 è stata messa in discussione mercoledì, quando gli Stati membri dell’Opec, nel meeting di Algeri, hanno deciso di tagliare la produzione fino a 700,000 barili al giorno, in base alle disposizioni che dovrebbero essere definite nel corso del prossimo meeting ufficiale del 30 novembre.  

Si tratta del primo taglio in otto anni e rappresenta un tentativo di sostenere il processo di riequilibrio reso difficile dal continuo aumento della produzione da parte di diversi Stati membri dell’Opec e della Russia negli ultimi mesi.
L’obiettivo è di dare supporto al mercato, con effetti contenuti, fino a quando l’eccedenza di offerta mostrerà i primi segnali di contrazione. Restano tuttavia molte domande senza risposta:
1) Quali sono i Paesi che procederanno al taglio della produzione, considerando che alcuni Stati membri, come la Nigeria, la Libia e l’Iran, saranno probabilmente esclusi dall’accordo?
2) Chi compenserà il potenziale incremento della produzione di Nigeria e Libia?
3) Verranno fatte delle stime indipendenti sulla produzione oppure ci si affiderà ai dati dei singoli Paesi, che spesso tendono ad essere superiori?
4) Quando vedremo l’effetto del taglio? Se non si trova un accordo prima del 30 novembre, l’impatto non sarà avvertito prima del prossimo gennaio.
Alcune di queste domande riguardano nello specifico l’Arabia Saudita, a cui potrebbe essere chiesto il maggiore sforzo per la riduzione della produzione. Produrre meno barili a un prezzo maggiore potrebbe rappresentare una buona opportunità, oltretutto in un periodo dell’anno in cui la produzione verrebbe in ogni caso ridotta.
Gli hedge-fund hanno aumentato la loro posizione lorda di vendita del 50% la scorsa settimana, prima delle recenti oscillazioni del prezzo. In futuro, il rally potrebbe proseguire se risultassero necessarie ulteriori riduzioni. Il Brent è ancora al di sotto del recente picco di agosto, quando il ministro dell’energia saudita si è espresso sulla possibilità di mettere in atto congelamento della produzione.
Il diavolo, però, è nei dettagli. Questa è stata una decisione semplice, se paragonata alla difficile contrattazione che avrà luogo in vista del meeting del 30 novembre. Se anche la Russia prendesse parte alle trattative, si potrebbe dare vita ad un accordo efficace, forse in grado di spingere il petrolio fino ai livelli di luglio, verosimilmente senza superarli.
Per i prossimi mesi ci aspettiamo prezzi nel range $45 – $50/barile (senza superare in modo significativo questa soglia) e le nostre previsioni non cambiano di fronte a questo accordo, visti i numerosi punti che rimangono da smarcare.

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