E se vincesse Trump? Ecco cosa accadrebbe all’economia Usa

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di Finanza Operativa 12 Ottobre 2016 | 15:00

Di Mark Burgess, Responsabile azionario globale di Columbia Threadneedle Investments

Se il prossimo 8 novembre 2016 Donald Trump dovesse essere eletto presidente degli Stati Uniti, quel giorno passerà alla storia come il primo caso in cui un imprenditore con scarsa esperienza politica è riuscito ad aggiudicarsi un posto alla Casa Bianca.

Come è successo in Gran Bretagna, dove gli elettori che hanno votato a favore dell’uscita dall’Unione europea erano animati da una volontà di cambiamento, anche gli americani che voteranno per Trump lo faranno perché prenda decisioni difficili e mantenga la sua promessa di “rendere nuovamente grande l’America”. In tutto il mondo, è nato un acceso dibattito e un forte timore riguardo alle idee e alle dichiarazioni che il candidato ha espresso durante la campagna elettorale. Al di là di queste perplessità, gli investitori sono particolarmente interessati alle sue proposte di cambiamento in materia di politica economica e agli effetti che queste potrebbero avere sui mercati finanziari. L’eventuale presidenza di Trump determina infatti un’incertezza significativamente maggiore rispetto a quella di Hillary Clinton, dato che quest’ultima sostiene molte politiche dell’amministrazione uscente. Questo articolo analizza le probabili conseguenze finanziarie e di mercato nel breve e medio termine con il presidente Trump alla guida degli Stati Uniti.

Cosa succederà?

È questa la domanda cruciale che creerà una grande incertezza e potrebbe verosimilmente decidere il destino della presidenza Trump. A differenza dalla sua avversaria Hillary Clinton, Trump non ha trascorso la campagna elettorale a presentare una miriade di politiche e proposte, pertanto gran parte di quanto verrà fatto dalla sua amministrazione resta oggetto di dibattito. Come ha detto Antoine de Saint-Exupery: “La perfezione non si ottiene quando non c’è più nulla da aggiungere, bensì quando non c’è più nulla da togliere”. Sebbene vi sia molto che Donald Trump debba fare per raggiungere il suo obiettivo in qualità di presidente, forse proprio la sua carenza di proposte politiche potrebbe favorirlo poiché saranno poche le cose su cui dovrà fare un passo indietro, togliendole dal suo piano. Il primo e forse più importante aspetto da considerare è la ripartizione dei seggi tra democratici e repubblicani al Congresso. Una maggioranza democratica alla Camera dei Rappresentanti oppure al Senato metterebbe un freno ai cambiamenti radicali proposti da Trump e su alcuni temi potremmo persino assistere a una situazione di impasse. Tuttavia, è altamente improbabile che Trump possa vincere senza mantenere le maggioranze repubblicane. Il leader della maggioranza al Senato, Mitch McConnell, resterebbe al suo posto, ma difficilmente potrà presiedere un gruppo abbastanza numeroso da mettere completamente fuori gioco la minoranza democratica. Tuttavia, se lo scenario elettorale che emergerà dalle prossime elezioni per il Congresso nel 2018 dovesse favorire il campo repubblicano, potremmo assistere a un cambiamento nella misura in cui chi tenta di vincere o di mantenere il proprio seggio salterà sul carro del populismo nel tentativo di conquistare gli elettori. Singoli parlamentari come Paul Ryan (attuale Presidente della Camera dei Rappresentanti) manterranno probabilmente le posizioni, stemperando eventuali eccessi nelle proposte politiche e tenendo sotto stretto controllo i costi. In secondo luogo, i mercati attenderanno con ansia di conoscere chi entrerà nel cerchio magico di Trump. La composizione della sua amministrazione darà una prima indicazione su quanto Trump intenda essere incisivo, oltre a fornirgli un indispensabile aiuto per muoversi nel sistema politico.

Cosa è stato promesso e quanto è probabile che diventi realtà?

Tralasciando i costi esorbitanti di alcune idee avanzate da Trump durante la campagna elettorale, solo alcuni temi chiave sono stati affrontati in maniera più approfondita, tra questi la riforma della fiscalità, gli accordi commerciali, l’immigrazione e la sanità. Malgrado a prima vista i costi sembrino ingestibili, Trump ha dichiarato: “Da presidente, sarò una persona diversa. Alla guida di un paese i toni cambiano e posso farlo anch’io agevolmente”. Possiamo quindi forse aspettarci un approccio più moderato in futuro. I paragrafi seguenti illustrano in dettaglio cosa è stato promesso e la probabilità che venga realizzato.

Riforma della fiscalità

Sia la Clinton che Trump hanno una posizione molto simile in materia: entrambi concordano che dovrebbe essere introdotto un alleggerimento della pressione fiscale, sotto forma di tagli delle tasse, per sostenere l’economia statunitense. È dunque probabile che la riforma della fiscalità sia la prima ad essere messa sul piatto. I dettagli, tuttavia, devono ancora essere elaborati, ivi compreso un modo per compensare la riduzione di gettito.

Le posizioni ufficiali di Trump includono:

  • Semplificare le tasse per tutti e ottimizzare le deduzioni. Realizzare la più grande riforma fiscale dai tempi di Reagan.
  • Abbassare le tasse per tutti, alleggerendo il carico del mantenimento familiare per le classi lavoratrici.
  • Ridurre drasticamente l’imposta sul reddito.
  • Semplificare l’imposta sul reddito da sette a tre fasce.
  • Escludere le spese per la cura dei figli dalla base imponibile. nnLimitare la tassazione dei redditi da impresa al 15% per tutte le aziende.
  • Rendere l’imposta sulle società competitiva a livello globale e fare degli Stati Uniti il mercato più attraente al mondo in cui investire.
  • Cancellare l’imposta fondiaria.

Fondamentalmente, Trump vorrebbe riformare la fiscalità in un senso più favorevole alle aziende e consentire il rimpatrio dei fondi all’estero con una tassazione ridotta, poiché ritiene che questo sia il modo per rimettere in carreggiata l’economia statunitense e rendere nuovamente l’America “il posto migliore al mondo in cui fare business”. La riforma della fiscalità societaria e i tagli delle tasse per i singoli contribuenti costerebbero, secondo le stime, migliaia di miliardi. Lo scorso 8 agosto, durante un comizio a Detroit, Trump ha annunciato una modifica delle aliquote fiscali per le persone fisiche contemplate nella sua riforma, che passerebbero quindi al 12%, 25% e 33%. Questi cambiamenti ridurrebbero in misura significativa il costo del piano di riforma, ma è difficile stimare l’importo esatto poiché Trump non ha specificato come sarebbero strutturate le fasce di reddito. Le modalità con cui saranno effettivamente realizzate le riduzioni d’imposta si tradurranno in esiti diversi per l’economia. È probabile che i tagli consentiranno ai contribuenti con aliquote più alte di accantonare maggiori risparmi, mentre la classe media spenderà di più, facendo crescere i consumi e la spesa al dettaglio per l’economia. I contribuenti nelle fasce di reddito più basse potrebbero invece registrare un aumento del tasso di partecipazione al mercato del lavoro.

Trump ha già dovuto in parte ridimensionare i suoi piani verso obiettivi più raggiungibili per quanto riguarda le reali cifre in ballo sul fronte del taglio delle tasse. Tuttavia, se vengono mantenuti questi obiettivi lievemente più moderati, non dovrebbe esservi ragione per cui la riforma della fiscalità non dovrebbe, almeno in parte, ottenere il via libera. Se, invece, fossero intraprese iniziative per obbligare le società statunitensi a rimpatriare le disponibilità liquide detenute all’estero, le implicazioni per il dollaro USA potrebbero essere notevoli.

Commercio

Trump non ha fatto mistero di essere decisamente contrario al libero scambio e di volersi impegnare attivamente per revocare i trattati commerciali, introducendo altresì nuovi dazi e restrizioni agli scambi. Queste posizioni sembrano richiamarsi all’isolazionismo americano degli anni Trenta e una domanda nasce spontanea: si sta formando una tendenza, negli Stati Uniti e a livello globale, che propugna il ritorno “ai bei tempi che furono”? In realtà, Trump dovrà affrontare una dura battaglia se intende davvero revocare gli accordi commerciali esistenti. Imporre nuovi dazi e restrizioni è invece più fattibile. L’introduzione di tasse doganali pari al 35% potrebbe contribuire a correggere il disavanzo commerciale del paese. Ciò detto, l’obiettivo principale in questo campo sembra essere il trattato commerciale USACina, che anche Hillary Clinton ritiene debba essere affrontato. Questo è il tema che gli operai statunitensi seguiranno con particolare attenzione. Potrebbe essere l’occasione per rivitalizzare davvero il settore manifatturiero americano o le aziende continueranno a produrre in Cina, traendo vantaggio dai costi più bassi della manodopera?

Trump ha certamente intenzioni ambiziose nei riguardi della Cina, ad esempio:

  • Portare la Cina al tavolo delle trattative accusandola senza mezzi termini di manipolare la valuta.
  • Proteggere l’ingegno e gli investimenti USA costringendo la Cina a rispettare le leggi sulla proprietà intellettuale e ad interrompere la pratica di obbligare le aziende statunitensi a condividere tecnologie proprietarie con i concorrenti cinesi come requisito per entrare nel mercato del paese asiatico.
  • Reclamare milioni di posti di lavoro americani e rivitalizzare il comparto manifatturiero del paese mettendo fine alla politica cinese dei sussidi all’esportazione e ai suoi standard permissivi in materia di lavoro e ambiente.
  • Rafforzare la posizione negoziale abbassando l’imposta sulle società per incoraggiare la permanenza di aziende americane e posti di lavoro in patria, affrontando il problema del debito e del deficit in modo che la Cina non possa utilizzarli come leva contro gli Stati Uniti e aumentando la presenza militare statunitense nel Mar Cinese Orientale e Meridionale.

Solo il tempo saprà dirci quanto possa essere davvero realizzabile in un mandato di quattro anni, senza contare che forse bisognerebbe cominciare col porre l’enfasi sul proprio paese. Districarsi tra le procedure interne della Camera e del Senato sarà di per sé un impegno notevole e usare la forza per costringere la Cina ad inchinarsi al volere di Donald Trump è probabilmente un obiettivo fuori portata per il momento. Appare invece molto più realistica la possibilità di rinegoziare il trattato.

Immigrazione

Le analogie con il periodo isolazionista non finiscono con il caso della Cina e anzi aumentano quando Trump affronta il tema dell’immigrazione, con proposte come quella che vorrebbe “obbligare il Messico a pagare per un muro di confine”. Nel corso della storia, i muri sono stati costruiti con l’intenzione di isolare e/o proteggere determinate regioni, con vari gradi di successo. Tuttavia, uno dei risultati comuni è che a un certo punto queste barriere diventano quasi superflue poiché vengono escogitati modi per aggirarle. Se da un lato è opportuno incoraggiare l’immigrazione legale (senza di essa gli Stati Uniti non sarebbero mai stati un grande paese), dall’altro occorre tenere sotto controllo quella clandestina. Questo è un tema su cui la retorica di Trump si è in una certa misura ammorbidita nel corso della campagna elettorale e se lui sarà in grado di gestire la questione in modo appropriato l’economia USA potrebbe trarne vantaggio a lungo termine. Nel breve periodo, però, sussiste il rischio che determinati settori, dipendenti dalla manodopera a basso costo come il commercio al dettaglio, l’edilizia e l’agricoltura, subiscano contraccolpi. Destabilizzare l’offerta di forza lavoro non può portare benefici all’economia e, poi, ci sono lavoratori statunitensi disposti ad accettare quegli impieghi? Per il momento, molti hanno suggerito che la strada da percorrere sia quella di investire in società edili e cementifici messicani, anche se certamente il muro di cui parla Trump non sarà fatto di mattoni e calcestruzzo bensì di accordi commerciali e visti.

Sanità

La sanità ha rappresentato un altro tema caldo nella corsa alla Casa Bianca. Trump ha dichiarato senza mezzi termini che l’Affordable Care Act (ACA) dovrebbe essere ritirato e sostituito. Ma con una spesa prevista di USD 400 mld, le sue chance di ottenere sostegno su questo punto sono scarse. È più probabile che venga abbandonata la cosiddetta “Cadillac tax”, ossia l’imposta sui piani privati di assicurazione sanitaria ad alto costo. Ciò nonostante, l’incertezza riguardo al futuro dell’ACA potrebbe incidere sugli ospedali e sul settore dell’assistenza sanitaria integrata se i trattamenti che questi offrono non fossero più coperti. Per contro, l’industria farmaceutica e il settore delle biotecnologie hanno un futuro più roseo poiché Trump condivide la politica di negoziazione dei prezzi dei farmaci nell’ambito della copertura assicurativa Medicare Part D ed è favorevole all’importazione di prodotti farmaceutici nonché a radicali riforme delle imposte.

Economia e mercati – “Nulla è più incerto di una cosa certa”

Storicamente, i repubblicani hanno avuto posizioni ben viste dal mercato azionario essendo sostenitori di politiche favorevoli alla crescita, alla difesa nazionale e alle grandi società farmaceutiche, avverse agli eccessi di regolamentazione e propugnatrici del pareggio di bilancio. Come già accennato, Trump ha espresso idee leggermente diverse con le sue proposte di riforma fiscale e di contrasto al libero scambio e all’immigrazione nonché con la volontà di abolire l’ACA. Da un certo punto di vista, ciò potrebbe rappresentare un beneficio per l’imprenditoria e l’economia nazionale nel loro complesso. Come si suol dire, però, “nulla è più incerto di una cosa certa” ed è probabile che l’imprevedibilità di Trump porti incertezza sui mercati. Abbiamo già menzionato il fatto che le sue idee su molti temi sono poco chiare e il carattere volubile e istintivo del candidato presidente prefigura già un percorso accidentato in Borsa. Ma potrebbe accadere esattamente il contrario e, in questi tempi d’incertezza globale, i mercati potrebbero divenire compiacenti, preferendo prima vedere cosa viene realizzato piuttosto che saltare a conclusioni affrettate. In una fase iniziale, la vittoria di Trump imprimerebbe probabilmente uno slancio al dollaro USA, determinando un contesto di avversione al rischio che incoraggia l’acquisto del biglietto verde. Questo impulso rialzista sul dollaro si avrebbe anche per effetto del protezionismo, che riduce la produzione potenziale e provoca un aumento dell’inflazione, favorendo un atteggiamento più aggressivo della Fed rispetto allo scenario di base, a parità di crescita. Inoltre, una popolazione ormai prossima al pieno impiego e l’ingente spesa pubblica legata alla costruzione di infrastrutture farebbero a loro volta crescere i salari e l’inflazione. Per contro, se si verifica un’implosione della crescita in altri comparti dell’economia, potremmo assistere a un forte spostamento dell’occupazione verso il settore dell’edilizia. A suscitare notevoli preoccupazioni saranno i commenti di Trump sulla reintroduzione del sistema aureo, nel caso dimostrino di avere un qualche fondamento. A quanto pare, egli avrebbe affermato: “Reintrodurre il sistema aureo sarebbe molto difficile, ma sarebbe magnifico. Avremmo uno standard sul quale basare la nostra moneta”. C’è solo da sperare che si sia trattato di una battuta. Possibile che Trump non abbia notato il contesto economico recessivo in cui il mondo si muove ormai da quasi un decennio? L’introduzione di un ipotetico sistema aureo che ancora il dollaro USA al prezzo dell’oro avrebbe i seguenti vantaggi: prevenire un eccessivo stampaggio di denaro da parte della Fed, mantenere bassa l’inflazione rallentando di conseguenza l’aumento dei prezzi al consumo, stabilizzare le quotazioni petrolifere e, naturalmente, consentire all’oro di mantenere un valore che è riconosciuto in tutto il mondo. Gran parte di questi benefici, però, sono inutili nell’attuale contesto economico. Probabilmente, se le banche centrali non avessero avuto la capacità di stampare moneta, la crisi finanziaria globale sarebbe stata ancora più grave. La ragione per cui l’economia statunitense sembra invertire la rotta è da attribuire in parte (se non del tutto) al quantitative easing. Inoltre, l’economia ha disperatamente bisogno di una maggiore inflazione, attualmente ai minimi record, e dunque l’idea di ridurla ulteriormente appare assurda. La memoria di Trump appare alquanto corta in questo caso, dato che basta guardare indietro di neanche 100 anni per vedere quali disastrosi effetti abbia portato l’implementazione del sistema aureo. Ha retto poco più di un decennio prima che l’ordine fosse ripristinato. Le conseguenze per i mercati azionari saranno contrastanti. I primi a guadagnare saranno ovviamente il comparto delle infrastrutture, in particolare strade, ponti e aeroporti, e tutti quei settori che trarrebbero vantaggio da fusioni, acquisizioni e consolidamenti, di cui Trump è un particolare sostenitore. I servizi finanziari beneficerebbero di un allentamento delle disposizione previste dal Dodd-Frank Act. Anche il comparto della difesa probabilmente ne gioverebbe. Altri settori che potrebbero registrare un andamento positivo includono i beni voluttuari, i beni di prima necessità, le telecomunicazioni, l’energia e le industrie minero-metallurgiche. È invece improbabile che la vittoria di Trump rappresenti uno sviluppo favorevole per il mercato obbligazionario USA, poiché l’inflazione di pareggio aumenterebbe. In particolare, le politiche propugnate da Trump comporterebbero un forte disavanzo pubblico, provocando così un irripidimento della curva. Inoltre, il candidato repubblicano ha rilasciato alcune sconcertanti dichiarazioni riguardo alla carenza di impegno nel perseguire il rimborso del debito. Se dovesse verificarsi di nuovo un grave evento globale, come la crisi finanziaria, ciò potrebbe significare che il debito interno viene onorato mentre quello estero rimane insoluto. Questo potrebbe scoraggiare gli investitori? Sarebbe un caso davvero spiacevole, essendo probabile che proprio l’emissione di Treasury aumenti in misura significativa per finanziare i costi significativi delle varie proposte, facendo lievitare il deficit del paese.

Valute

Sono tre le aree di intervento che potrebbero influire sul dollaro USA:

1. Rimpatri – una riedizione dell’Homeland Investment Act del 2004 è più probabile sotto Trump, che ha già parlato di un’aliquota del 10% una tantum sui rimpatri finanziari (anche se questo tema non è menzionato nella sezione del sito elettorale dedicata alla “visione economica” del candidato). L’ammontare delle attività detenute all’estero dalle società statunitensi pare si aggiri su USD 2.000 mld, ma gli effetti per il dollaro sarebbero positivi solo se: a) il denaro tornasse in patria; b) il denaro non fosse detenuto in dollari USA né in attività denominate o coperte in dollari e dovesse quindi essere convertito. I dati sono lacunosi, dato che le società tendono a non divulgare la composizione di tali possedimenti. Secondo le informazioni disponibili, tuttavia, gran parte di queste attività sono detenute in dollari USA, pertanto l’ammontare dei rimpatri sarebbe di gran lunga inferiore a USD 2.000 mld, pur rappresentando comunque un potenziale fattore positivo per il biglietto verde. Con la legge del 2004 sono stati rimpatriati fondi corrispondenti al 2% del PIL.

2. Commercio – è probabile che vengano rafforzate le misure protezionistiche mediante l’imposizione di dazi. Il risultato più ovvio sarà una riduzione del disavanzo commerciale e, con esso, di quello delle partite correnti, che tradizionalmente si accompagna a una condizione di forza della valuta. La contrazione del disavanzo delle partite correnti comporterebbe inoltre la diminuzione del volume di dollari disponibili all’estero, che provocherebbe a sua volta pressioni sulle economie con grandi passività denominate in USD. Questa circostanza sarebbe doppiamente negativa per i paesi con livelli elevati di export verso gli Stati Uniti e debito in dollari, pertanto è prevedibile che il biglietto verde registri performance eccellenti contro valute come quelle di Messico e Cina. Il rovescio della medaglia sarebbe tuttavia una perdita di attrattiva per gli Stati Uniti come destinazione per i capitali e gli investimenti che la presidenza Trump potrebbe attrarre, essendo probabile che divise come l’euro e lo yen sovraperformino il dollaro USA. In generale, le politiche di Trump sugli scambi commerciali penalizzerebbero le valute di paesi che esportano beni prevalentemente negli Stati Uniti (in gran parte mercati emergenti) e avvantaggerebbero invece i paesi che esportano capitali e investimenti (ossia le nazioni sviluppate). Da un punto di vista storico, abbiamo già assistito a casi del genere all’inizio degli anni Duemila, quando sono stati introdotti dazi sull’acciaio europeo, e a metà degli anni Novanta, quando tali imposte sono state applicate alle automobili giapponesi.

3. Espansione fiscale – la globalizzazione sembra avere rafforzato la crescita tendenziale, pertanto è ragionevole supporre che l’imposizione di barriere doganali avrebbe un effetto opposto. Con l’espansione fiscale proposta da Trump, una crescita tendenziale più bassa in un’economia già prossima al pieno impiego causerebbe probabilmente un forte aumento dell’inflazione e dunque una reazione della Fed. Di conseguenza, il dollaro USA si muoverebbe al rialzo, favorito anche dall’incremento dei rendimenti a lunga scadenza che farebbe seguito a un’espansione fiscale di tali proporzioni. In realtà, è probabile che Trump incontri ostacoli sul suo cammino, dovuti al fatto di non avere il controllo completo sul Congresso, e che quindi non riesca a implementare per intero il suo piano, oppure, nella migliore delle ipotesi, riuscirà a realizzarlo in una versione estremamente edulcorata. Gli Stati Uniti entreranno presumibilmente in un nuovo periodo di stasi politica, in cui l’incertezza su questo fronte indurrà la Fed a restare in disparte. Questo comporterebbe un indebolimento del dollaro USA e un’ondata di avversione al rischio sui mercati.

Conclusioni

Nessuna legge importante sarà probabilmente varata nel corso dei primi 12 mesi, poiché il vincitore entra in carica a gennaio e allora dovrà nominare e confermare i direttori degli enti pubblici, oltre che un nuovo giudice della Corte Suprema. È tuttavia opinione comune che i traguardi più importanti di un presidente debbano essere raggiunti entro i primi due anni di mandato. Oltre questo termine, legiferare diventa molto più difficile poiché già si preparano le manovre per le successive elezioni presidenziali. È vero che i primi due anni dell’amministrazione Trump potrebbero essere dominati dal tentativo di punire i perdenti, con i membri del Congresso impegnati a dimostrare le proprie credenziali repubblicane, ma c’è spazio perché da presidente Trump riesca a portare cambiamenti reali che siano ragionevoli e moderati. Staremo a vedere.

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