Cosa c’è negli indici sostenibili

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Finanza Operativa di Finanza Operativa 14 Ottobre 2016 | 15:30

A cura di Morningstar

Se sei un investitore sostenibile, fai attenzione al paniere che scegli. Perché gli indici non sono tutti uguali. Abbiamo confrontato il nuovo Morningstar Global market sustainability index con il più longevo DJ Sustainability world, che è stato calcolato per la prima volta nel 1999 ed è nato dalla collaborazione tra S&P Dow Jones e Robeco SAM.

I numeri
Il primo è disegnato in modo da riflettere il profilo di rischio/rendimento del benchmark azionario globale a capitalizzazione (market-cap weighted) di Morningstar, ma con un focus sulle aziende migliori dal punto di vista ESG (ossia di attenzione ai fattori ambientali, sociali e di governance). L’universo di partenza è rappresentato da titoli large e mid cap globali (90% della capitalizzazione), da cui viene selezionato il miglior 50% in termini di sostenibilità.

Il secondo è composto dal miglior 10% delle 2.500 più grandi società dell’S&P Global broad market index in termini di attenzione ai fattori ESG. In entrambi i casi, l’approccio è best in class, ma l’indice Morningstar conta oltre 1.500 azioni, il DJ poco più di 300. L’obiettivo di Morningstar è evitare differenze eccessive dal profilo di rischio/rendimento del mercato nel suo complesso, nella consapevolezza che gli investitori hanno una propria asset allocation strategica dalla quale non possono deviare troppo.

Dentro i panieri
Le differenze non finiscono qui. Tra i principali titoli in portafoglio, il Morningstar global market sustainability index annovera General Electric, Alphabet, Verizon Communication, Pfizer e Samsung Electronics che non sono presenti nel paniere DJ Sustainability. Altri, come Microsoft, Nestlé e Roche Holding sono in entrambi i benchmark, ma con pesi differenti. Nel primo, i titoli in comune pesano per il 28% sul totale, nel secondo per il 70%.

In termini di allocazione settoriale, l’indice Morningstar è molto più esposto ai beni di consumo ciclici e in misura significativamente minore ai farmaceutici e ai finanziari. A livello geografico, è più equamente diviso tra titoli statunitensi e non, mentre il DJ Sustainability ha una prevalenza di azioni non a stelle e strisce.

Un’industria in espansione
Al di là delle differenze tra i diversi indici sostenibili (oltre DJ, altri provider sono Msci, Ftse e Stoxx), essi rispondono a un’esigenza sempre più forte da parte degli investitori professionali e privati di tenere conto dei fattori ambientali, sociali e di governance nella costruzione dei loro portafogli. Secondo il 2014 Global Sustainable Investment Review, pubblicato da Global Sustainable Investment Alliance, il patrimonio investito in mandati sostenibili ha toccata I 21,4 mila miliardi nel 2014 a livello mondiale, con una crescita del 61% in due anni.

Lo sviluppo del settore è confermato anche dai dati Morningstar sui fondi e gli Exchange traded fund socialmente responsabili. Negli Stati Uniti, ad esempio, gli asset gestiti dagli open end fund di questo tipo sono aumentati del 47% tra maggio 2012 e il 2016, contro il +29% del resto del mercato. Per quanto riguarda gli Etf, l’incremento è stato dell’88% contro il 66% dei replicanti senza mandato SRI.

Scelte sostenibili
Accanto alla crescita del patrimonio, c’è un cambiamento nell’approccio degli investitori, sempre più interessati a inglobare i fattori ESG nelle scelte finanziarie nella convinzione che i profitti societari non possono essere a discapito dell’ambiente e della società. Su questo fronte, però, la strada da fare è ancora molta.

Per saperne di più sugli indici sostenibili di Morningstar, clicca qui.

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