Caccia al rendimento nei paesi di frontiera

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di Finanza Operativa 1 Dicembre 2016 | 14:00

Acura di Marco Caprotti, Morningstar
Alle economie di frontiera piace il segno più. Non solo nell’equity, ma anche nei rendimenti del reddito fisso, soprattutto in un momento in cui chi investe nei paesi developed deve fare i conti con yield negativi. Le aree frontier sono in una fase iniziale di sviluppo e si prevede che possano crescere più velocemente rispetto ai paesi emergenti e a quelli sviluppati. Il mercato del debito di frontiera, da parte sua, è piccolo ma in rapida crescita e viene spesso considerato un sotto settore del segmento del debito emergente.
I mercati di frontiera in generale (ma non sempre) hanno un rating non-investment grade e, di conseguenza, un livello di rendimento più elevato. “Questi stati vengono spesso criticati dalla comunità finanziaria per fare troppo ricorso al debito”, spiega uno studio della società di analisi Investment Frontier (IF). “Tuttavia secondo noi si tratta di un buon sistema per costruire fondamenta solide”. La parola d’ordine, tuttavia, resta prudenza. La gestione di questo tipo di asset class da parte dei governi ha dimostrato in passato più di una falla. Senza considerare che, quando si parla di frontier market ci si riferisce a stati che, spesso, possono avere problemi dal punto di vista geopolitico.
Occhio alla politica
E’ il caso del Pakistan, che è in stato di tensione perenne con l’India per il possesso della regione del Kashmir. Nonostante questo è stato capace di raccogliere un miliardo di dollari con un’emissione obbligazionaria a cinque anni (chiamata sukuk) che dà un rendimento del 5,5%. “L’economia pakistana sta crescendo a ritmi impressionanti”, spiega il report di IF. “Il Pil dovrebbe segnare +5% quest’anno per arrivare a +5,5% il prossimo”.
La situazione, almeno dal punto di vista politico, sembra più tranquilla in Argentina, soprattutto dopo che la presidenza dello stato è passata da Cristina Fernandez Kirchner a Mauricio Macrì. Un passaggio di consegne che ha favorito il ritorno degli investitori internazionali che, a metà ottobre, si sono messi in fila per entrare in possesso di un’obbligazione quinquennale che dà un rendimento del 4% e ha permesso al paese di mettere in cassa quasi 3 miliardi di dollari. La situazione dal punto di vista congiunturale, tuttavia, resta delicata. Il consensus parla di un’economia in contrazione del 2% per quest’anno. A partire dal 2017, tuttavia, potrebbe esserci un’accelerata e ci sono osservatori che stimano un +2,5% per l’anno prossimo.
Un aiuto da Cina e Fmi
Qualche problema in più ce l’ha la Bolivia. Il paese ha cercato, senza successo, di piazzare un’emissione obbligazionaria da 1 miliardo di dollari a inizio anno per cercare di coprire i suoi buchi di bilancio causati, principalmente, dal calo del prezzo delle commodity (di cui è esportatrice) e dalla scarsa volontà di ridurre la spesa pubblica. Un salvagente è arrivato a metà ottobre quando la Cina ha deciso di aprire una linea di credito di quasi 5 miliardi di dollari che andranno a finanziare, principalmente, alcuni progetti infrastrutturali.
E’ dovuto intervenire il Fondo monetario internazionale, invece, per aiutare lo Sri Lanka. L’istituzione finanziaria ha aperto un prestito da 1,5 miliardi di dollari che, però, non sembrano in grado nemmeno di tamponare una situazione complessa. Il paese, infatti, ha in scadenza 4,5 miliardi di dollari di bond quest’anno e altri 4 miliardi nel 2017. La situazione, però, potrebbe essere più difficile di quello che sembra dai numeri ufficiali. Il governo di Ranil Wickremesinghe ha ammesso davanti al parlamento di non essere in grado di quantificare i debiti contratti durante la presidenza di Mahinda Rajapaksa (che ha lasciato la carica nel 2015).
Dal punto di vista operativo, per investire nel debito di frontiera si possono cercare gli strumenti nella categoria Mornigstar Obbligazionari Altro. Fra questi c’è anche il Silk – African Bond Fund R EUR. Il prodotto investe prevalentemente in carta del Continente nero che promette, a scadenza, rendimenti che vanno dal 6% al 12% ma non disdegna debito della Malesia e della Thailandia.

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