Gli emergenti che temono la politica di Trump

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di Finanza Operativa 10 Novembre 2016 | 14:30

A cura di Morningstar

Un’America guidata da Donald Trump rischia di frenare i mercati emergenti? La questione viene persa sul serio dagli operatori di mercato dopo la vittoria del magnate alle ultime presidenziali Usa che, in campagna elettorale, ha parlato esplicitamente di un maggiore controllo delle importazioni verso gli Stati Uniti e di misure di controllo dell’immigrazione. Politiche che, se applicate alla lettera, potrebbero mettere nei guai la bilancia commerciale dei paesi in via di sviluppo che vedono negli Stati Uniti un importante mercato di approdo per i loro beni e i loro espatriati.

I rischi del protezionismo
“La vittoria di Trump molto probabilmente minerà la fiducia sull’andamento dell’economia globale”, spiega una nota firmata da Laurence Boone, David Page, Serge Pizem, rispettivamente responsabile della ricerca, economista sugli Usa e capo degli investimenti multi asset di Axa Investment Managers. “Le sue politiche in materia di commercio e relazioni con l’estero potrebbero risultare negative per Cina e mercati emergenti, anche se potrebbero portare ad un aumento significativo dell’inflazione”.

Secondo un report di Hsbc, le implicazioni a medio termine dipenderanno da quali tra le promesse politiche fatte, Trump riuscirà a implementare e in quali tempi. La prospettiva di una politica fiscale più flessibile potrebbe essere utile per la domanda globale, ma il protezionismo rappresenta oggi una minaccia più grande e immediata. Un regime commerciale meno aperto degli Stati Uniti potrebbe potenzialmente danneggiare sia l’economia americana che l’export e la crescita del Pil nei suoi partner commerciali, in particolare Messico e Cina. A seconda dei provvedimenti specifichi che saranno intrapresi, potrebbero arrivare misure di ritorsione, così come potrebbe crescere il rischio di guerre commerciali e valutarie.

I soldi degli emigrati
C’è poi la questione dei soldi che gli immigrati negli Stati Uniti mandano nei paesi di origine. In centro America gli stati più dipendenti da questa voce sono i più piccoli. Per Guatemala, El Salvador e Honduras rappresenta, rispettivamente, il 5,6%, l’8% e il 13,2% del Pil (stime di M&G Investments). Non è detto però che tutto questo si avveri. “Un conto sono le promesse elettorali per arrivare al potere, un altro è la loro applicazione per restare al potere”, dice Tom Wijsman, gestore del fondo American Growth Portfolio di Alliance Bernstein che punta su diverse società yankee che generano la maggior parte dei loro affari all’estero e, in particolare, nelle aree emerging. “Trump dovrà fare i conti con le diverse lobby che portano avanti gli interessi dei grandi gruppi e che non vedono di buon occhio una politica protezionistica che potrebbe danneggiare i loro affari”.

Volatilità e opportunità
Dal punto di vista puramente operativo la volatilità che si sta registrando nel dopo elezioni, come spesso accade crea delle opportunità. “Ci sono paesi come il Brasile e l’India che hanno scarsi rapporti commerciali con gli Usa, spiega un report firmato da Claudia Calich, gestore del fondo M&G Emerging Markets Bond. “I paesi dell’est Europa sono più legati al resto del Vecchio continente che non all’America sia per quanto riguarda gli aspetti finanziari che commerciali. Alcuni stati, come quelli della zona subsahariana, che dipendono dalle commodity, invece, fanno più affidamento sulla domanda cinese”.

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