Risparmio gestito, altri M&A in vista?

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Finanza Operativa di Finanza Operativa 22 Dicembre 2016 | 15:00

A cura di Morningstar

L’annuncio delle nozze tra Amundi e Pioneer Investments, che porterà alla nascita di una società con un patrimonio in gestione di oltre 1.200 miliardi di euro, chiude un anno movimentato per l’industria italiana e mondiale degli investimenti. Ad ottobre era stata la volta di Henderson e Janus, che hanno siglato un’intesa per creare un gruppo da oltre 320 miliardi di dollari, e dell’offerta di NN Group (in precedenza ING) per acquistare Delta Lloyd per un valore di 2,4 miliardi di euro.

Ancora fusioni?
Mentre gli analisti dibattono sulla possibilità di un’accelerazione o diminuzione delle fusioni e acquisizioni nel settore del risparmio gestito nel 2017, appare assai probabile che qualche operazione ci sarà anche nei mesi a venire. Tra i nomi che si fanno in Italia, c’è quello di Anima, nella quale confluirà la società di gestione di Poste Italiane (Banco Posta Fondi) entro la prima metà del nuovo anno, ma che potrebbe decidere di crescere ancora. Il dossier più probabile è quello di Aletti Gestielle, dopo che le rispettive controllanti, BPM e Banco Popolare, hanno stipulato l’atto di fusione nei giorni scorsi. C’è poi Aberdeen asset management, che si è ritirato dalla corsa per Pioneer, perché “il prezzo era troppo alto”, ma che a Bloomberg ha dichiarato, attraverso il suo amministratore delegato, Martin Gilbert: “Spero che troveremo qualcos’altro, ma per il momento non c’è nulla”.

L’industria che verrà
Al di là delle speculazioni sulle future operazioni di consolidamento, sembra affermarsi una polarizzazione tra grandi gruppi, capaci di generare forti economie di scala, e boutique altamente specializzate. Il tutto in un contesto dove, spiega Greggory Warren, analista azionario di Morningstar, “la pressione competitiva generata dalla diffusione dei fondi passivi e degli Etf rappresenta una minaccia costante per le case di investimento tradizionali”.

Fusioni ed acquisizioni sono la conseguenza naturale di un mercato in rapida trasformazione? Non esiste una risposta valida per tutte le operazioni di questo tipo, perché ciascuna ha una propria storia e un proprio sviluppo. Tuttavia, alcune considerazioni generali si possono fare, ricordando che gli interessi in gioco sono diversi: da un lato gli azionisti delle società per i quali gli aspetti rilevanti sono legati alla redditività (e che sono oggetto di ricerca degli analisti sull’equity); dall’altro i sottoscrittori di fondi per i quali è importante l’allineamento degli interessi societari con i propri di investitori (coperti dalla ricerca sui fondi).

Cosa guardare
Secondo gli analisti di Morningstar, i fattori chiave da valutare sono i benefici che i sottoscrittori di fondi possono avere dalle sinergie che si creano e le conseguenti riduzioni di commissioni per effetto delle economie di scala, i possibili miglioramenti nei team di investimento e nella gamma dei prodotti. Ad esempio, nel caso di Amundi-Pioneer, Mara Dobrescu e Francesco Paganelli hanno sottolineato in una nota che “rimangono ancora delle incertezze per gli investitori, almeno fino a quando non sarà completata l’integrazione”. Tra queste, ci sono la composizione dei team di investimento, la razionalizzazione dell’offerta, le strategie di prezzo e remunerazione dei professionisti.

Dal punto di vista dell’investitore finale, un basso turnover dei gestori è una garanzia di continuità nei processi di costruzione dei portafogli, soprattutto dove ci sono delle eccellenze, come nel caso delle strategie multi-asset o azionarie Usa di Pioneer. In tal senso, la struttura di remunerazione dei money manager gioca un ruolo importante, perché se è bene impostata può ridurre le uscite, che al contrario diventano più probabili quando ci sono processi di consolidamento.

Nodi da sciogliere
Fusioni e acquisizioni non sempre sono la soluzione migliore per rispondere alle sfide del mercato. In una nota del 3 ottobre 2016 su Henderson-Janus, Warren, analista di Morningstar, spiegava che “l’intesa può accrescere le economie di scala e quindi ridurre le pressioni sulle commissioni che sono in aumento nell’industria, ma è da vedere se migliorerà la performance nelle gestioni attive ad un livello tale da rendere il gruppo competitivo”.

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