L’impatto di Trump sui tassi d’interesse statunitensi

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di Finanza Operativa 29 Dicembre 2016 | 12:30

A cura di Christel Rendu de Lint, Head of Fixed Income, Global & Absolute Return Fixed Income di Union Bancaire Privée
La vittoria elettorale di Donald Trump ha alimentato l’aumento dei tassi d’interesse a lungo termine. Anche se i piani di stimolo fiscale del nuovo presidente probabilmente incoraggeranno la crescita degli Stati Uniti e spingeranno l’apprezzamento del dollaro, per come stanno le cose ora, i tassi a lungo potrebbero smettere di salire.
I tassi a lungo termine erano già in crescita quando Donald Trump è stato eletto, ma da allora hanno visto un’impennata. Nel suo primissimo discorso da presidente, il candidato repubblicano ha riaffermato le caratteristiche principali della sua politica economica: stimoli fiscali (tagli alle tasse, aumento della spesa pubblica) e tendenze verso il protezionismo. Se il commercio globale rallentasse, l’offerta potrebbe essere colpita e l’inflazione potrebbe crescere, ma l’impatto potenziale è difficile da stimare in assenza di qualsiasi proposta chiara.
In questa fase non si sa quali accordi commerciali potrebbero essere messi in discussione dalla nuova amministrazione. Gli stimoli fiscali, d’altro canto, potrebbero essere implementati velocemente e scatenare una significativa oscillazione verso l’alto nella crescita degli Stati Uniti – fra lo 0,5% e l’1%. Infatti la crescita sta già sostenendo i mercati e sta anche spingendo i tassi a lungo termine e il dollaro verso l’alto. Per quanto riguarda i tassi d’interesse a breve termine, la Fed molto probabilmente accelererà il ritmo dei rialzi.
Ciò nonostante, sulla base dei dati attuali, pensiamo che questa forte corsa per i tassi a lungo termine possa finire. Il mercato ha già rivisto le proprie previsioni sui rialzi dei tassi da parte della Fed da adesso al 2018, passando da almeno due a più di quattro. Secondo le stime, stimoli fiscali che aggiungono un 1% alla crescita solitamente portano a un aumento dello 0,25% del tasso d’interesse reale naturale. Inoltre, gli investitori hanno già prezzato la possibilità di un piano di stimoli considerevole.
In aggiunta a ciò, riteniamo che la Fed sarà limitata nelle sue azioni dal rialzo del dollaro, che acquisirà il ruolo di variabile di aggiustamento. In più, se i tassi venissero rialzati troppo velocemente, gli asset rischiosi finirebbero con l’essere penalizzati. Infine, va notato che i piani consistono solo in azioni di stimolo specifiche e non in cambiamenti strutturali importanti dell’economia statunitense, la cui crescita potenziale è ancora storicamente bassa; a meno che, ovviamente, le proposte legate alla spesa non contribuiscano davvero ad aumentare la produttività delle imprese nel lungo termine.
Il nostro stile di gestione absolute return ci permette di gestire attivamente la ponderazione dei segmenti in cui siamo investiti; in particolare il credito investment-grade statunitense, l’high yield (attraverso CDS) e il debito subordinato delle banche. Considerato il contesto descritto e l’attuale instabilità politica, questa modalità di gestione degli asset è particolarmente utile.

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