Commodities: “Wait and see” è la strategia di DeAWM

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di Finanza Operativa 27 Luglio 2015 | 14:42

a cura di DeAWm

Wait and see, ovvero “restiamo alla finestra”: se potessimo definire lo strano contesto delle materie prime che l’economia sta registrando, non troveremmo parole migliori. Il calo generalizzato ha implicazioni sistemiche per vari equilibri globali, che non toccano solo le banche centrali come BCE e Banca del Giappone (che registrano un’inflazione nuovamente in calo proprio mentre incoraggiano politiche reflazioniste), e non solo i paesi emergenti. Anche paesi sviluppati esportatori di materie prime come Canada ed Australia sono fortemente colpite da questi movimenti.

Le materie prime stanno nuovamente attraversando una fase complessa e di difficile lettura. Dopo un paio di mesi con prezzi in salita che hanno creato non pochi problemi agli investitori di bond, un mix composto da sbilancio di domanda e offerta e lo storico accordo tra USA e Iran hanno posto le basi per un significativo arretramento del prezzo del greggio. Non è stato certo d’aiuto il trend incerto dell’economia cinese che – nonostante l’ultimo dato sul PIL al 7% – non convince appieno gli investitori circa la sostenibilità di tali valori di incremento.

Tempi assai difficili anche per l’oro che non è riuscito ad uscire dal trading range che lo vedeva confinato da diversi mesi e complice la prospettiva sempre piu’imminente di rialzo dei fed funds, ha anch’esso imboccato una spirale di prezzi in discesa che lo potrebbero riportare verso quota 1000 dollari/oncia, quasi la metà del massimo toccato nel 2011. ‘oro ha perso appeal in entrambe le proprie anime, ovvero sia come commodity che come currency.
Matthew Turner, analista di Macquarie, sostiene che sebbene la discesa del prezzo sia stata importante, non si possono escludere ulteriori cali; non produrre ritorni in termini di dividendo o altro sta pesando significativamente – in questa fase – sul prezzo del metall

Tale contesto, peraltro, sta sortendo effetti negativi riguardo alle economie emergenti che basano larga parte dei propri introiti dal commercio delle materie prime e gli effetti sono evidenti anche sui conti delle aziende attive nel settore. Giusto per dare un esempio delle implicazioni più immediate di questo contesto, Barrick Gold Corp, maggior produttore mondiale di oro, ha avuto il maggior calo del prezzo di mercato su base settimanale dal 1987.
In USD il prezzo è sceso di circa l’8,5% dall’inizio dell’anno e solo l’apprezzamento del dollaro nei confronti della divisa comune lo porta in territorio positivo per un investitore europeo.

Se le banche centrali delle maggiori economie mondiali stanno vivendo una difficile fase di interpretazione della realtà economica, ciò vale ancor di più per quelle che hanno a che fare con le economie emergenti.
Riuscire a trovare la chiave di lettura per un equilibrio tra stimolo alla crescita economica e controllo del valore interno della divisa è compito arduo.
Ad esempio, le banche centrali della Nuova Zelanda e del Sud Africa, paesi con economie  fortemente esposte al prezzo delle commodities si trovano a dover fronteggiare il peggior calo degli ultimi 13 anni; il Governatore della RBNZ Graeme Wheeler ha tagliato i tassi per la seconda volta in sei mesi.
E anche in Canada e Australia, il compito è difficile e si cerca di fronteggiarlo aumentando la liquidità nel sistema bancario, nella speranza di stimolare la domanda di credito e i consumi. Per non parlare del Brasile che si trova nuovamente in grosse difficoltà a causa del rialzo dell’inflazione e che quindi non riesce a sfruttare la leva monetaria per non indebolire eccessivamente il real.
In un contesto di tassi USA in rialzo è facile attendersi la continuazione della fase di debolezza delle valute emergenti, come sottolineato da Ilan Solot, currency strategist di Brown Brothers Harriman & Co.

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