Cina, il panic sell potrebbe impattare sull’economia reale: la view di Ig

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di Finanza Operativa 27 Luglio 2015 | 23:05

Partenza di settimana shock sulle borse mondiali dopo il forte sell off arrivato nella notte sui listini azionari cinesi. L’indice Shanghai Composite ha chiuso con un tonfo dell’8,5%, segnando la peggior performance da febbraio 2007. A pesare sul mercato sono stati i timori secondo cui il governo cinese sarebbe pronto a eliminare le misure straordinarie adottate per arginare le vendite che hanno colpito gli indici di Shanghai e Shenzhen a cavallo tra giugno e luglio. Per ora, i timori più importanti riguarderebbero solo i mercati finanziari, su cui si è formata una vera e propria bolla negli ultimi 12 mesi. L’euforia ha preso il sopravvento tra i risparmiatori, grazie anche alla complicità di una regolamentazione più morbida.
Non abbiamo certezze dell’impatto sull’economia reale di tale fenomeno al momento. Da diversi trimestri si intravedono segnali di debolezza della seconda economia del mondo, con il ritmo di crescita che sta rallentando vistosamente, anche più di quanto Pechino si aspetti. I quattro tagli dei tassi della Banca centrale cinese (PBOC), che hanno portato il tasso di riferimento dal 6% di novembre 2014 al 4,85% a giugno (nuovo minimo storico), sembrano non sortire gli effetti sperati. Nonostante il Pil del secondo trimestre sia risultato migliori delle attese (+7% a/a), gli indici PMI denotano una situazione di fragilità del settore industriale. Brutte anche le indicazioni arrivate questa mattina dal dato sul fatturato delle imprese, che a giugno ha mostrato una flessione dello 0,3% a/a.
La situazione al momento rimane fragile. Le autorità si rendono conto che la rimozione delle misure a sostegno del mercato non possono essere eliminate fintantoché non ci sono segnali di risveglio dell’economia reale. Prospettare ulteriori tagli dei tassi di interesse rimane arduo, dato che una simile misura potrebbe portare a un deflusso di investimenti esteri diretti in Cina, soprattutto in vista di un possibile rialzo dei tassi da parte della Fed. Nonostante il mercato azionario cinese sia quasi totalmente in mano ai residenti (per il 95%), esistono possibilità concrete di contagio che vanno al di là del mero effetto “panico”. Il crollo del mercato azionario potrebbe impoverire la classe medio-alta cinese, limitandone i consumi di molti beni di lusso occidentali (Apple in primis). Sarebbe questo solo un aspetto di un fenomeno di più ampia portata che vede coinvolte anche le commodity e il settore bancario. Le banche cinesi hanno concesso molti crediti alle imprese negli ultimi anni e un rallentamento dell’economia potrebbe rendere tali debiti insostenibili, con fallimenti a catena.
La situazione cinese non favorisce certo i prezzi delle materie prime di cui la Cina ne è la principale importatrice a livello mondiale. L’indice Bloomberg Commodity Index ha aggiornato oggi i minimi dal 2002. Il crollo dei prezzi delle materie prime ha fatto finire sotto pressione tutte le commodity currency. Il petrolio non rimane immune da questa tendenza. L’eccesso di offerta, già presente sul mercato primario, potrebbe aggravarsi in concomitanza con un rallentamento della domanda cinese. I prezzi del greggio sono pertanto destinati a scendere ancora, almeno sino ai minimi toccati a inizio anno. Questa mattina il Brent è tornato ai minimi da inizio aprile, raggiungendo quota 53,50 dollari/barile, mentre il WTI si è fermato a 47,30 dollari. Il petrolio così basso torna a penalizzare il rublo, che ha aggiornato oggi i minimi di marzo sia verso il biglietto verde che verso la moneta unica. Di conseguenza il cambio Usd/Rub è tornato ad avvicinarsi all’area di 60, mentre quello Eur/Rub è arrivato a 66,30. L’aspettativa di una prosecuzione del calo dei prezzi del petrolio non migliorano l’outlook sull’economia e sulla divisa russa. Il cambio Usd/Rub potrebbe presto raggiungere area 63, massimi di marzo e da qui allungare anche verso area 70. Scenario simile è atteso anche per il cross Eur/Rub, che vede come principale target 70 e poi 80.
A questo punto, non ci resta che guardare a cosa ne pensa la Federal Reserve, che si riunirà domani e dopodomani. Mercoledì sera l’attenzione del mercato si concentrerà sul comunicato del FOMC, che potrebbe mettere in risalto i potenziali rischi derivanti dall’instabilità della seconda economia del mondo. È un appuntamento molto atteso, soprattutto in vista di un possibile rialzo dei tassi a settembre. Crediamo che il prolungarsi delle tensioni sui mercati in Cina abbia le potenzialità di far slittare il ritocco dei tassi di interesse anche a inizio 2016. Gli interessi in gioco sono molto importanti e il contestuale crollo dei prezzi delle commodity potrebbe andare a modificare in maniera sensibile le aspettative inflattive di medio lungo periodo della più importante Banca centrale del mondo.
A cura di Vincenzo Longo, market strategist di IG

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