Il mondo rischia di perdere il suo unico motore?

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di Finanza Operativa 24 Agosto 2015 | 10:00

Sembra quasi una coincidenza (assurda?) che il prossimo vertice del G20 del 4-5 settembre, si debba tenere ad Ankara, capitale della Turchia, cioè una tra le nazioni che ha risentito maggiormente della crisi valutaria al centro dei prossimi colloqui del vertice, dal momento che la lira turca ha perso il 20% sul dollaro dall’inizio dell’anno.

Dall’Asia in poi. La corsa ai tagli e alle svalutazioni in serie, competitive o meno che siano, ormai non si contano più, così come non si contano più i ribassi ormai sempre a due cifre che le divise nazionali di tutto il mondo, Asia in primis, stanno registrando.

Il lungo elenco può partire, come detto, dall’Asia e nello specifico dalla Russia: rublo a -46% sul dollaro nel giro di 12 mesi, complice il mix di sanzioni imposte dall’Occidente in seguito alla questione ucraina, crollo del prezzo del petrolio, risorsa primaria per l’economia moscovita oltre alla già nominata guerra valutaria. Ma è lo yuan il protagonista della scena. Tutto infatti è partito da Pechino: era l’11 agosto e la Cina provocò il terremoto valutario con un taglio in tre tranche della sua moneta, taglio che aveva lo scopo di premettere alla divisa cinese di fluttuare in modo più agevolato nei confronti del dollaro ma anche di riequilibrare quel 18,5% di apprezzamento registrato dall’inizio dell’anno. Una scelta che ha confermato anche la paura sui mercati circa non solo l’andamento dell’economia di Pechino, ma anche, di conseguenza, le paure per la sorte di settori come le commodities e il petrolio, appunto, di cui la Cina è una forte consumatrice. O per meglio dire era.

Il boomerang. Da qui la più che logica paura per la sorte anche degli emergenti i quali hanno dovuto stare a guardare praticamente impotenti una fuga da oltre 1000 miliardi di capitali, complice anche la prospettiva di un rialzo dei tassi Usa che si dovrebbe verificare di qui a breve e che si va ad aggiungere, per alcune realtà azionali, alle gravi crisi di politica interna (Turchia) o di corruzione (Brasilee. Pechino permettendo. Sì, perché nei giochi dei pesi e contrappesi, nel caso in cui la situazione dovesse aggravarsi ulteriormente e la frenata di Pechino essere più forte dle previsto, anche Washington potrebbe non essere più sicura di dare una stretta ai suoi tassi e preferire procedere con cautela per evitare di infiammare ulteriormente i mercati già innervositi dall’Asia. In altre parole, pur volendo, si potrebbe evitare anche quel rialzo minimo che alcuni avevano previsto e giudicato più che altro una mossa per saggiare la reazione dei mercati e degli investitori.

L’onda d’urto. Ma non c’è solo questa paura: sempre tornando al gioco dei delicatissimi equilibri valutari, il crollo di rublo, sol, ringgit, real e corona norvegese (ebbene sì, anche la Norvegia soffre) non ha fatto altro che appesantire ulteriormente il biglietto verde, trend che creerà ulteriori difficoltà future nel caso di un aumento dei tassi da parte della Banca Centrale Statunitense la quale, a sua volta, condannerebbe anche la ripresa dell’unica forza motrice a livello mondiale, forza che è ancora stentorea, per quanto positiva, e che è ancora in fase di completamento di una metamorfosi che l’ha vista rinascere dopo la crisi mondiale che è partita proprio dagli Usa.

Insomma, l’onda d’urto di Pechino sul mondo è stata, è e sarà particolarmente forte, ancora di più se si pensa al ruolo che la Cina sta assumendo non più come potenza economica produttrice, ma anche come rappresentante di forza nel mondo valutario.  Il tutto senza dimenticare una cosa: tra chi attua una politica di “svalutazione” c’è anche l’euro e la Bce con il suo Quantitative Easing. Dulcis in fundo.
A cura di Trend-Online

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