La Cina non è Lehman, ora bisogna restare calmi: la view di Ubp

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di Finanza Operativa 27 Agosto 2015 | 10:30

A cura di Jean-Sylvain Perrig, CIO di Union Bancaire Privée
La svalutazione dello yuan è stato un “momento Lehman”? Un calo del 4% dello yuan non sta, di per sé, colpendo in maniera sostanziale l’economia globale e la spiegazione alla base delle forti oscillazioni sui mercati finanziari deve essere cercata, probabilmente, nella liquidazione di posizioni a leva in tutto il mondo, in particolar modo in Cina. Bassi livelli di liquidità stanno aggravando le vendite indiscriminate e la disfatta del mercato si sta trasformando in un crollo.
L’aggiustamento del cambio dello yuan di due settimane fa ha provocato un’ondata di cali delle valute dei Mercati Emergenti e specialmente, ma non esclusivamente, di quelle del Sud est asiatico, scatenando timori di un nuovo shock deflazionistico e di una guerra valutaria. La svalutazione cinese ha avuto un certo impatto sulle società esportatrici asiatiche e sulle aziende europee, ma l’effetto su Stati Uniti e Regno Unito dovrebbe rimanere limitato.
La crescita mondiale sembra moderata (in un range tra il 3% e il 3,5%), ma nei Mercati Sviluppati resta ampiamente trainata dalla domanda interna, che dovrebbe trarre beneficio dai prezzi delle commodity bassi. Al contrario, i fondamentali dei Paesi Emergenti stanno peggiorando. L’ultimo calo del PMI cinese, insieme a intenzioni poco chiare sulla gestione valutaria, ha alimentato i timori di un atterraggio brusco per il Paese, con le autorità cinesi che offrono soluzioni inadeguate e che rincorrono gli eventi.
Con le prospettive di un rialzo dei tassi della Fed e con i prezzi delle commodity che continuano a scendere, l’outlook sui Mercati Emergenti è stato rivisto al ribasso, anche data la bassa redditività delle aziende e la revisione al ribasso degli utili. In molti Paesi, compresa la Cina, dovrebbero essere messe in atto riforme strutturali per sostenere la produttività e per migliorare la governance; al momento però non ci sono segnali che ciò stia per succedere, motivo per cui sospettiamo che gli investitori potrebbero continuare a vendere gli asset dei Mercati Emergenti, anche se i prezzi continuano a calare.
Nonostante la violenza del sell-off sull’azionario, i bond lunghi hanno performato bene, anche se non in maniera spettacolare: venerdì scorso, i Treasury decennali americani sono scesi di un mero punto base. Allo stesso tempo, le aspettative sull’inflazione stanno diminuendo, ma restano saldamente in territorio positivo; vediamo ciò come un segnale che il rischio sistemico sia basso. Tuttavia, questo dovrebbe impedire alla Fed di aumentare i tassi a settembre e, in effetti, non siamo neanche più sicuri che li alzerà nel 2015.
All’andamento secolare al rialzo dei mercati azionari dei Paesi Sviluppati resta ancora il beneficio del dubbio, dato che il trend positivo ancora in atto. La stagione degli utili è stata soddisfacente, considerato che la crescita globale è più debole delle attese. Ci atteniamo alla nostra raccomandazione di privilegiare i mercati azionari dei Paesi Sviluppati e settori come l’healthcare e l’IT, dove si possono trovare gran parte dei titoli di qualità e con un’elevata crescita.
Nutriamo ancora preoccupazione per gli asset dei Mercati Emergenti in generale e, in particolare, per il loro debito esterno, con i prezzi che stanno resistendo piuttosto bene, nonostante il crollo delle valute locali. Ciò peserà inevitabilmente sulla redditività delle aziende. Non ci sorprenderebbe vedere gli spread allargarsi in maniera significativa dai livelli attuali. Raccomandiamo di rimanere calmi e di evitare qualunque reazione impulsiva.

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