Paesi Emergenti e materie prime: investire con cautela

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di Finanza Operativa 9 Settembre 2015 | 15:36

Con riferimento ai Paesi emergenti, negli ultimi 10 anni l’indebitamento in dollari delle società non bancarie è cresciuto da 1.000 a 3.000 miliardi di dollari, con una domanda di credito in dollari venuta prevalentemente dalla Cina, ma anche da gran parte degli altri emergenti. La fine delle politiche di quantitative easing della Federal Reserve ha causato un rafforzamento del dollaro che sta già impattando negativamente sui debitori dei Paesi emergenti, i quali stanno cercando di coprire la propria esposizione valutaria oppure di vendere attività per rimborsare i prestiti in dollari.

Pertanto, le valute locali in tali Paesi si stanno rapidamente deprezzando, i tassi di interesse stanno aumentando e il valore reale delle attività finanziarie (azioni, obbligazioni) e immobiliari sta diminuendo.

Crediamo che la correzione sui Paesi emergenti possa continuare: sulle economie locali si stanno già vedendo i primi impatti negativi dei movimenti recenti delle valute, dei tassi e dei prezzi delle risorse naturali. Ci attendiamo un aumento della disoccupazione, una diminuzione degli utili aziendali e delle entrate fiscali dei Paesi e un aumento dei debiti incagliati nel settore bancario.

Sul fronte positivo, questa crisi andrà a creare opportunità di investimento molto interessanti nel futuro, mentre nel breve occorre essere pazienti e valutare attentamente l’entità e l’impatto della correzione in corso.

Con riferimento alle risorse naturali, la nostra visione rimane negativa: ci attendiamo infatti un’ulteriore diminuzione della domanda di commodity da parte della Cina a fronte di un aumento previsto dell’offerta legato al completamento dei progetti minerari di lungo termine nei settori del ferro, del rame e del carbone. Questo squilibrio fra domanda e offerta è destinato a pesare negativamente sui prezzi delle risorse naturali per diversi anni a venire. Ad esempio, analizzando il mercato dell’acciaio, le società produttrici hanno operato espandendo il numero di miniere nell’aspettativa di un aumento della domanda cinese che difficilmente potrà verificarsi.

Ci attendiamo quindi il proseguimento del bear market per il settore delle risorse naturali: vediamo un prezzo del ferro vicino a 40$ / tonnellata (oggi pari a 55$ circa) e un prezzo del rame sotto i 2$ (oggi circa 2,3$). Le società minerarie andranno incontro ad un periodo di grosse perdite e dovranno raccogliere capitali per essere solventi sul debito.

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