L’ombra cinese incombe sui Paesi asiatici?

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di Finanza Operativa 13 Ottobre 2015 | 14:30

a cura di Coface

La Cina sta cercando di ritrovare la strada per una crescita più sana e duratura ma non senza conseguenze per la sua economia e quella dei Paesi vicini. Secondo le stime di Coface, la crescita non dovrebbe superare il 6,7% nel 2015 e il 6,2% nel 2016, rispetto al 13,4% nel periodo 2006-2007. Ciò deriva soprattutto dalla fine del processo di ripresa tecnologico e di capitale: numerosi settori d’attività risentono dell’elevata sovraccapacità e dell’indebitamento delle imprese, penalizzando così gli investimenti. Si assiste quindi a un cambiamento del modello economico cinese. Quali Paesi asiatici saranno le prime vittime in caso di forte declino? Quali saranno i più immuni?

La Cina alla vigilia di grandi cambiamenti Il cambiamento del modello economico cinese in corso rivela due grandi evoluzioni: il peggioramento della competitività-prezzo rispetto agli altri Paesi asiatici e il passaggio a una crescita sostenuta dai consumi più che dagli investimenti.

L’aumento del costo unitario del salario, dovuto in parte alla diminuzione della popolazione in età lavorativa, ha provocato un peggioramento della competitività-prezzo che ha richiesto al paese una salita nella catena del valore. I flussi di investimenti diretti esteri (IDE) verso la Cina si sono ridotti in favore di Paesi più competitivi (Tailandia, Malesia, Indonesia e Vietnam). Il contributo alla crescita da parte degli investimenti è divenuto meno significativo, lo testimoniano il rallentamento progressivo della crescita degli investimenti in capitale fisso (11,2% nel primo trimestre 2015), dei ricavi delle imprese e della produzione industriale (6,3% in media al mese tra inizio anno e luglio 2015, contro l’8,3% nel 2014).

I consumi giocano un ruolo importante per la crescita. Tale fenomeno è supportato dalle autorità cinesi che sperano di riequilibrare la crescita per orientare l’economia verso maggiore efficienza, dando un ruolo decisivo al mercato. Nel lungo termine, la liberalizzazione finanziaria dell’economia cinese dovrebbe compensare il calo legato alla perdita di competitività-prezzo sostenendo i consumi e la salita del paese nella catena del valore. A breve termine invece, il rallentamento dell’attività comporta alcuni rischi per l’economia interna e gli altri Paesi della regione.

Qual è il rischio di contagio per gli altri Paesi asiatici? Hong-Kong e Singapore sono entrambi molto esposti al rallentamento cinese attraverso due canali. Il primo è il mercato finanziario: entrambi i mercati azionari sono estremamente correlati al mercato cinese e le banche sono esposte al deterioramento della solvibilità delle imprese cinesi attraverso i prestiti bancari oltrefrontiera. Il secondo è il canale commerciale, dal momento che il peso delle loro esportazioni verso la Cina nei settori a rischio è elevato: il 74% del PIL per Hong Kong e il 15% per Singapore.

Anche la Mongolia esporta volumi significativi verso la Cina e per questo rischia di essere seriamente danneggiata dal suo rallentamento e doppiamente penalizzata da un effetto prezzo sfavorevole (le esportazioni a rischio rappresentano il 43% del PIL). Colpita dal calo dei prezzi delle materie prime, e dal numero inferiore di investimenti cinesi nei settori che ne dipendono, la Mongolia risentirà di una riduzione della domanda in volume per i minerali, i metalli e i combustibili.

L’esposizione finanziaria e commerciale di questo gruppo di Paesi è notevole essendo il numero di esportazioni verso la Cina ingente. Tuttavia le esportazioni a rischio sono inferiori al 10% del PIL totale. Questi Paesi quindi sono sufficientemente solidi per evitare che la loro crescita deragli in caso di atterraggio morbido: infatti un calo delle esportazioni del 10% verso la Cina comporterebbe in queste economie una perdita della crescita pari a meno di un punto percentuale. Infine, questi Paesi beneficiano del peggioramento della competitività della Cina osservando così un aumento dei flussi di IDE in entrata.

Le loro relazioni commerciali con la Cina sono limitate, come i rischi di contagio finanziario. Inoltre, beneficiano del calo dei prezzi delle materie prime. L’India, al contrario, potrebbe risentire in un secondo tempo degli effetti della ripresa, se i Paesi del Golfo dovessero essere danneggiati dal rallentamento cinese. Le Filippine potrebbero essere colpite dalla disparità debole di salario con la Cina. Ma solo un brusco rallentamento, che rimetta in causa il recente aumento del costo del lavoro in Cina, potrebbe avere un effetto evidente sugli IDE con destinazione le Filippine.

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