Opportunismo politico transpacifico?

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di Finanza Operativa 19 Ottobre 2015 | 12:30

A cura di Jeremy Lawson, Chief Economist, Standard Life Investments
Dopo anni di negoziati i 12 paesi coinvolti, la scorsa settimana ad Atlanta, hanno finalmente raggiunto un accordo sul Trans-Pacific Partnership (TPP – Accordo Transpacifico di Cooperazione Economica). Anche se etichettato come accordo per il libero commercio, la rilevanza del TPP dipende dal focus sull’armonizzazione più che sulla semplice riduzione delle barriere commerciali. Infatti solo 5 delle 29 sezioni del progetto fanno riferimento direttamente alle questioni commerciali, mentre molti dei negoziati hanno riguardato questioni relative agli standard ambientali, agli appalti pubblici, alla proprietà intellettuale e alla tutela dei diritti dei lavoratori.
Visto l’aumento dell’importanza del commercio a livello di servizi e informazioni, i paesi membri hanno riconosciuto la necessità di un accordo che affronti anche le norme nazionali, e in questo processo sperano di definire un quadro che influisca su tutti i futuri accordi commerciali. Il TPP rappresenta un passo significativo nella liberalizzazione del commercio, ma, in quanto accordo a sé stante, l’aumento netto degli utili complessivi sarà modesto.
Inoltre, non sarà la panacea per il debole commercio globale e si tradurrà in un dirottamento di alcuni scambi. Stando così le cose, il Vietnam e la Malesia, che tra i paesi firmatari del TPP sono quelli con le più alte barriere commerciali, sono anche quelli che beneficeranno maggiormente dell’accordo, sia grazie alla riduzione delle proprie tariffe, sia grazie all’ampiamento delle quote di mercato a scapito dei paesi non firmatari. Come più grande potenza commerciale del mondo, l’esclusione della Cina dal patto, limita il miglioramento del welfare e alza la posta della competizione geopolitica in Asia. Secondo Washington il TPP potrebbe permettere ai paesi più piccoli di ridurre

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