Cambiamento climatico, la spinta può venire dagli investitori: la view di Petercam

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Finanza Operativa di Finanza Operativa 3 Dicembre 2015 | 10:30

A cura di Ophélie Mortier, Coordinatrice degli Investimenti Responsabili, Petercam Iam
Contemporaneamente agli annunci dei governi, un crescente numero di investitori – proprietari e gestori di attività finanziarie – ha preso a cuore il tema del cambiamento climatico, attraverso diverse iniziative, come ad esempio l’investimento in green bond, la de-carbonizzazione dei portafogli, in particolar modo tramite il disinvestimento dal carbone o l’impegno attivo da parte degli azionisti. I primi impegni sono arrivati dagli investitori che applicano criteri etici e sostenibili, seguiti poi dai principali attori finanziari come le banche d’investimento e le assicurazioni, sempre più pressate dalla società civile per il ruolo che il mondo della finanza dovrebbe avere su questo grande tema.
Le Organizzazioni non Governative (ONG) stanno certamente spingendo al disinvestimento dai combustibili fossili e non esitano a colpire la reputazione delle principali banche e compagnie assicurative. Inoltre, con le grandi masse che hanno in gestione, queste ultime hanno la leva necessaria per una transizione verso un’energia sostenibile.
Nonostante abbiamo già evidenziato come il Senato americano (a maggioranza repubblicana) abbia detto “no” al programma sul cambiamento climatico del Presidente Obama, a livello globale l’impegno sul tema è certamente dominato dagli investitori a stelle e strisce, che hanno masse in gestione tra le più elevate. Accanto alle congregazioni religiose e alle fondazioni, i grandi e influenti fondi pensione, come ad esempio Calpers o Calstrs, si sono impegnati a partecipare al processo di transizione. Secondo l’ultima ricerca di Novethic, 381 investitori statunitensi si sono impegnati nella de-carbonizzazione dei loro asset (più di 9.000 miliardi di euro), più del doppio rispetto agli investitori del Regno Unito (125 investitori che rappresentano più di 5.000 miliardi di euro) e molti di più della Francia (26, ma quasi 4.000 miliardi di euro) o della Germania (12 investitori).
La modalità tramite cui si impegneranno varierà in funzione della cultura dell’investimento responsabile: esclusione, investimenti green e/o responsabilità degli azionisti. Come di consueto, gli investitori del Regno Unito preferiranno l’impegno da parte degli azionisti in modo da mettere pressione agli attori coinvolti per modificare le loro abitudini e riesaminare i loro casi aziendali. In seguito a questa pressione, le più importanti società di oil&gas hanno dovuto valutare e comunicare la loro esposizione ai rischi legati alle emissioni di anidride carbonica e rendere pubblici i programmi e le politiche sul cambiamento climatico, oltre alla loro partecipazione e ruolo nella transizione verso un’energia sostenibile. Gli incontri degli azionisti di BP o Shell sono esempi chiari di questa crescente pressione.
La società civile sta poi esercitando pressione sui maggiori attori economici, come ad esempio il Fondo Pensione del Governo Norvegese, costretto ad adottare una strategia contro i rischi legati al cambiamento climatico in seguito all’attività del Parlamento. Finanziato dai combustibili fossili, il Fondo deve investire con l’obiettivo di ridurre l’impatto delle emissioni di anidride carbonica per compensare. Per raggiungere tale scopo, il più grande investitore istituzionale al mondo ha adottato approcci differenti. Il Fondo ha annunciato il disinvestimento da 22 importanti società che emettono CO2. La scorsa estate, è stato costretto anche ad uscire dagli investimenti sul carbone, cioè esclude dal portafoglio le imprese che hanno almeno il 30% dei loro profitti legati al carbone. Infine, il Fondo si è impegnato a investire l’equivalente di 5,5 miliardi di euro nei cosiddetti investimenti green e a relazionarsi strettamente con gli altri attori su questo tema.
Accanto a queste proposte, ci sono anche la strategia e gli indici a basse emissioni di anidride carbonica. I principali fornitori di indici hanno lanciato una versione a basse emissioni dei loro strumenti principali, che potrebbe ridurre quasi della metà le emissioni di CO2 rispetto agli omologhi standard.
È troppo presto per valutare l’impatto concreto di tutti questi annunci a livello globale. Specialmente capire chi ha solo fatto annunci e chi ha anche agito. Nonostante tutto, il rischio reputazionale è così alto che dovrebbe costringere gli investitori a comportarsi coerentemente con le proprie dichiarazioni. Ci sarà dunque un impatto, che non dovrebbe essere sottostimato. Siamo contenti di vedere che gran parte degli investitori impegnati in questa causa proviene da paesi dove le autorità sono più riluttanti ad agire, come il Canada e l’Australia. Possiamo perciò sperare che, alla fine, costringeranno i loro governi a procedere, poiché le emissioni di anidride carbonica non sono soltanto un rischio per l’ambiente ma anche per l’economia.

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