Otto ragioni per alzare i tassi negli Usa: la view di Tcw

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di Finanza Operativa 9 Dicembre 2015 | 10:00

A cura di Brian J. Smith, Senior Vice President, U.S. Fixed Income di TCW
Con la crescente influenza che le Banche Centrali globali esercitano sui mercati, essere un investitore, nel contesto finanziario attuale, richiede un focus particolare su cosa esattamente esse faranno. Gli Who, con la loro “Won’t get fooled again”, potrebbero essere la colonna sonora ideale per i mercati in quello che finora è stato un anno di false promesse; malgrado ciò, ci sono segnali crescenti che la Fed alzerà effettivamente i tassi di interesse a dicembre, per la prima volta dal 2006. Ecco le otto ragioni:
Prima ragione: La Fed vuole allontanarsi dallo zero. Lo zero è tutto meno che un punto di equilibrio di lungo termine dei tassi di interesse della Fed. Tassi allo zero, perciò, non ispirano un grande grado di fiducia per l’economia e la Fed è stanca di essere incolpata di questa debole ripresa. È da sette anni che viviamo in un contesto di tassi a zero, sebbene tale politica fosse chiaramente intesa a dare uno stimolo temporaneo all’economia. Pertanto, crescono i timori sulla possibilità che alterare il valore temporale del denaro possa avere effetti collaterali dannosi per l’economia. I creditori sono riluttanti nel prestare denaro a tassi di interesse bassissimi e i debitori non vogliono agire se non c’è urgenza. I pilastri del capitalismo potrebbero quindi essere compromessi se i tassi restano fermi troppo a lungo a un livello vicino allo zero. È sempre più probabile che la Fed voglia allontanarsi dallo zero semplicemente per mostrare che può farlo.
Seconda ragione: il mercato del lavoro è solido. Gli indicatori solidi sul mercato del lavoro di questo mese hanno visto calare la disoccupazione al 5%, estremamente vicino al – se non già il – tasso di disoccupazione di inflazione stabile (NAIRU). Mentre alcuni sostengono che la forza del mercato del lavoro è esagerata dato il calo del tasso di partecipazione, non è chiaro quanto questo declino sia ciclico o strutturale. Alla fine dei conti, i numeri non mentono. Dall’inizio del 2015 a oggi, negli Stati Uniti sono stati creati due milioni di posti di lavoro, una media di 200 mila al mese. Anche le richieste di sussidi di disoccupazione sono ai minimi storici. C’è pochissima fragilità nel mercato e ciò dovrebbe, alla fine, generare pressione su salari e inflazione.
Terza ragione: la volatilità di agosto e settembre è calata. Mentre ad agosto il meeting del FOMC della Fed di settembre era il più gettonato per un rialzo, la svalutazione cinese dello yuan e la conseguente volatilità dei mercati hanno spinto la Fed a non intervenire. Da allora, in generale gli asset rischiosi si sono ripresi e la volatilità è diminuita. Con la tempesta che sembrerebbe essersi allontanata dai mercati, un rialzo dei tassi a dicembre è di nuovo sul tavolo.
Quarta ragione: Le paure deflazionistiche sono diminuite. Di solito l’inflazione affiora con un considerevole ritardo. Con una fragilità ridotta nel mercato del lavoro e con i mercati delle materie prime che sembrerebbero ormai aver toccato il fondo, l’inflazione probabilmente aumenterà nel 2016, come ha recentemente dichiarato Stanley Fischer, vice presidente della Federal Reserve. Anche gli effetti base incominceranno a prendere piede, quando le variazioni dei prezzi annuali saranno comparati a livelli iniziali più bassi piuttosto che agli elevati livelli della fine del 2014: ciò spingerà le previsioni sull’inflazione più in alto. I livelli di pareggio dell’inflazione dei Titoli di Stato legati all’inflazione (TIPS) sono aumentati di 20 punti base lungo la curva rispetto ai minimi di settembre, nonostante la parte corta della curva sconti un percorso di rialzo dei tassi della Fed più ripido. Il mercato non è più preoccupato di uno scenario deflazionistico.
Quinta ragione: il dollaro è forte, ma non troppo. Il biglietto verde è ai massimi da 8 mesi rispetto alle altre valute globali, in quanto una Fed con un approccio più “da falco” si accompagna ad altre Banche centrali più “colombe” come la BCE, la BoJ e la PBoC. Sebbene ciò rimanga una preoccupazione per via dei venti contrari per l’economia derivanti da una valuta forte, è poco probabile che questo possa ostacolare le azioni della Fed. Un rafforzamento drastico del dollaro indubbiamente potrebbe obbligare la Fed a prolungare il suo percorso di normalizzazione dei tassi (questa è anche la ragione per cui i tassi globali alla fine dovranno aumentare all’unisono), ma per ora l’orizzonte è relativamente sgombero.
Sesta ragione: Se non a dicembre, allora quando? Il PIL del primo trimestre si è rilevato persistentemente debole negli ultimi anni, con molti che hanno incolpato gli eventi climatici invernali. Se ciò dovesse ripetersi nel 2016, allora previsioni basse sul PIL potrebbero far ritardare il rialzo dei tassi verso metà anno. Tuttavia, a metà del 2016 saremo soltanto a pochi mesi dalle elezioni presidenziali di novembre. Qualsiasi rialzo iniziale e la corrispondente volatilità del mercato nel periodo precedente alle elezioni sarebbero messi al centro del dibattito politico, che ciò sia giusto o no. L’inerzia sta dunque crescendo: quanto più la Fed resterà ferma, tanto più difficile sarà intervenire.
Settima Ragione: ne dipende della credibilità della stessa Fed. Le dichiarazioni del FOMC di ottobre sono state chiaramente intese a segnalare dicembre come data possibile per un rialzo dei tassi, con la frase: “nel determinare se sarà appropriato aumentare i tassi al suo prossimo incontro”. Dopo aver parlato di rialzo dei tassi entrando nel 2015 e nel corso di tutto l’anno, solo per trovare sempre nuove scuse per non procedere (calo del prezzo del petrolio, forza del dollaro, volatilità, etc.), la Fed sta perdendo credibilità. Un ragazzo non può urlare “al lupo, al lupo!” all’infinito. Se la Fed accennasse ad un rialzo per poi deludere di nuovo, sarebbero prevedibile maggiori critiche da parte degli scettici e una risposta spietata dei mercati.
Ottava ragione: Il mercato sta scontando il rialzo. La parte corta della curva dei tassi sta attualmente prezzando un 70% di possibilità di rialzo dei tassi a dicembre. La percentuale è aumentata rispetto al 30% previsto prima dell’incontro di ottobre. Anche se le probabilità di una stretta monetaria a settembre avevano raggiunto, ad agosto, il 50% per poi crollare al 20% poco prima dell’incontro, ciò fu dovuto all’eccessiva volatilità. Se il mercato continuasse a prezzare più del 50% di possibilità di un rialzo a dicembre, la Fed avrebbe il semaforo verde per procedere, e ci si aspetterebbe che lo facesse. Seppur questo sia un ragionamento circolare, il desiderio della Fed di ridurre la volatilità implica la necessità di un via libera del mercato per intervenire. Il mercato sta cercando di capire il più probabile percorso della Fed, sapendo allo stesso tempo di esercitare un’influenza sull’Istituto centrale americano.
In base alle otto ragioni, quindi, probabilmente la Fed alzerà i tassi a dicembre. Un evento geopolitico avverso o un indebolimento significativo dei dati economici potrebbero certamente portare a un ennesimo posticipo. Nonostante tutto, fatte salve queste considerazioni e se tutto il resto dovesse rimanere così, crediamo che la Fed sia pronta a intervenire a dicembre. Investors won’t get fooled again…

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