Europa, l’area più esposta alla crisi degli emergenti e al rallentamento Usa

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di Finanza Operativa 15 Dicembre 2015 | 12:00

di P. O. Beffy, Chief Economist di Exane Bnp Paribas

I mercati azionari globali sono scesi questa settimana in un contesto caratterizzato da compagnie petrolifere messe sotto pressione da un ulteriore calo del petrolio e da investitori in attesa del prossimo meeting della Fed. L’unica eccezione si è registrata in Brasile, dove la richiesta di destituzione di Dilma Roussef ha alimentato i mercati azionari e il Real. Sebbene non sia ancora noto come volgeranno gli eventi, è interessante notare i cambiamenti politici avvenuti in numerosi paesi latino americani.

In Argentina, l’elezione di Mauricio Macri del centro-destra ha messo fine a 12 anni di governo del movimento Peronista, alimentando le speranze di un accordo con i creditori più tenaci che permetterebbe al paesi di accedere nuovamente ai mercati internazionali. In Venezuela, l’opposizione ha vinto le elezioni con una maggioranza pari a 2/3 dopo 16 anni di controllo da parte del PSUV di Hugo Chavez. Quest’anno, con un inflazione di gran lunga superiore al 100%, un calo del PIL maggiore del 10% ed un tasso di disoccupazione elevato, il paese ha ancora molta strada da percorrere ma ci auguriamo che la forte maggioranza di centro destra possa accelerare le riforme politiche e giudiziarie.

Da un punto di vista generale, il calo dei prezzi delle materie prime e le rinnovate pressioni ribassiste su alcune valute emergenti sono state coerenti con gli outflow di capitale da tale area negli ultimi 10 giorni. I flussi netti sono tornati ai livelli di metà settembre, quando i mercati emergenti avevano iniziato a registrare segnali di stabilizzazione. La pressione ribassista sulle valute di questi paesi è inoltre coerente con l’aumento della probabilità di un rialzo dei tassi da parte della Fed questa settimana. Il cambio EURUSD è risalito a 1,10, alla luce del deludente programma della BCE che ha più che compensato l’impatto di un aumento dei tassi della FED da tempo prezzato dai mercati. Evento degno di nota, i rendimenti a 10 anni dell’Eurozona e degli USA sono rimasti molto bassi, in linea con le nostre stime secondo cui la liquidità mondiale sarà ancora elevata e la ricerca di rendimento a livello globale continuerà a farla da padrona.

E’ interessante notare come sia difficile essere maggiormente positivi sull’Europa rispetto agli USA, specialmente in caso di un aumento del rischio di recessione negli Stati Uniti o di crisi degli emergenti. Questo non significa che la ripresa domestica dell’Eurozona stia procedendo in modo diverso rispetto alle stime. Al contrario, grazie alla BCE che sta fornendo maggiore visibilità sul 2016, e ai leading indicators che indicano consumi robusti e un settore delle costruzioni in piena accelerazione, l’Eurozona continuerà su un trend positivo. Tuttavia questa opinione è particolarmente diffusa, tanto da essere quasi unanime. Alla luce di ciò, il consensus difficilmente potrà essere sorpreso dalla forza del settore domestico e quello che succederà fuori dall’Europa potrebbe essere considerato ancora più importante.

Indubbiamente, in confronto agli USA, l’Europa è di gran lunga l’area più esposta ai paesi emergenti. Secondo i dati della BRI, l’esposizione del sistema bancario europeo a quello finanziario dei paesi emergenti è 13 volte maggiore rispetto a quella del sistema americano. Inoltre, la domanda finale estera conta più del 25% del valore aggiunto domestico in Europa, vs solo il 10% circa negli Stati Uniti. Infine, l’Europa sta perdendo terreno sui settori Tech e Biotech, che dovrebbero essere importanti driver di crescita negli USA.

Per concludere, fino a quando l’economia USA resterà solida e i flussi di capitale stabili negli emergenti, il consensus continuerà ad essere ottimista sull’Europa. Questa è la situazione da noi stimata per i prossimi mesi, alla luce del mini-ciclo globale attualmente in corso e del probabile aumento dell’inflazione nel primo trimestre 2016. Per quanto riguarda il nuovo anno, la situazione potrebbe diventare più difficile con lo scorrere del tempo in caso di una stretta monetaria della Fed aggressiva e di instabilità nei mercati emergenti. Dato che i tassi che dovrebbero restare molto bassi nell’Eurozona nel 2016, il nuovo anno si configura come l’ultimo anno di riparazione della crisi. Nonostante ciò, i mercati azionari europei non hanno, finora, beneficiato interamente di tale processo di normalizzazione.

 

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