Brexit, l’Articolo 50 peserà sulla domanda interna del Regno Unito

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di Finanza Operativa 28 Marzo 2017 | 19:30

A cura di Nick Leung, Research Analyst, WisdomTree
Theresa May sta per aprire i negoziati per la Brexit presentando una lunga lista di richieste. Tra le priorità del Primo ministro britannico emergono la definizione di un nuovo accordo commerciale, la ripresa del controllo sull’immigrazione e il ritorno alla sovranità legislativa nazionale. Tuttavia, mentre il governo continua a sperare in un accordo favorevole, gli asset nazionali restano decisamente a rischio per via del clima d’incertezza che aleggia sul fronte macro-economico. Ad apparire più protette da questi rischi sono, ironia della sorte, le esposizioni sull’azionario britannico in senso ampio, soprattutto i titoli di aziende che distribuiscono dividendi.
Strada spianata verso una “hard Brexit”. Con le elezioni appena concluse in Olanda, e con la Francia, la Germania e l’Italia che andranno ai seggi nei prossimi diciotto mesi, l’UE potrebbe optare per la  linea dura, non volendo dare un’immagine di debolezza. Ciò significa che risulterà quasi impossibile per il governo britannico ottenere condizioni favorevoli sulla maggior parte, se non tutti, gli attuali obiettivi di Brexit. Salva la possibilità di ricalibrare le richieste di conseguenza, il Regno Unito si trova di fronte alla poco allettante prospettiva di vedersi proporre un accordo svantaggioso – o addirittura nessun tipo di accordo.
A tale proposito, le pressioni su Theresa May affinché riveda gli obiettivi per l’uscita dall’Unione Europea proverranno unicamente dallo stesso Regno Unito, ma è improbabile che siano esercitate dai membri filo-europeisti o conservatori pro-Brexit, vista la volontà di Theresa May di mantenere una ferrea disciplina di partito, stroncando sul nascere eventuali dissensi interni.
Austerity destinata a continuare nel clima d’incertezza dovuto alla Brexit. Alla luce dell’imminente rischio politico, anche i rischi che l’attività economica dovrà affrontare nel Regno Unito nei prossimi anni non sono da sottovalutare. L’Office for Budget Responsibility (OBR) prevede il rallentamento del PIL nel 2017, in conseguenza soprattutto del calo della domanda interna con una diminuzione dei contributi trimestrali complessivi al PIL nell’ordine dello 0,1% per il 2017 equivalente ad oltre lo 0,4% annuo su base annualizzata.
A fronte della decelerazione dell’economia, Philip Hammond, il Cancelliere dello Scacchiere (il Ministro delle Finanze inglese), non si è sbottonato riguardo alla prossima strategia economica, mentre la manovra finanziaria di primavera (il cosiddetto “Spring budget”) non evidenzia nessuno stimolo pre-Brexit alla spesa. Al contrario, il governo ha riconfermato il sostegno all’austerity, impegnandosi a mantenere gli obiettivi di riduzione del deficit ben oltre la scadenza del mandato.
Un simile provvedimento indubbiamente sposterebbe alla prossima legislatura la scadenza entro la quale cancellare il deficit e minerebbe la politica fiscale di Hammond. Ma in assenza di evidenti fattori di traino alla crescita, una minore austerità per un periodo più lungo potrebbe essere necessaria a controbilanciare l’indebolimento della domanda interna. Stanno già emergendo i primi segnali di debolezza dei consumi, con la crescita delle vendite al dettaglio nel mese di gennaio, anno su anno, al minimo dal 2013. Anche gli investimenti privati appaiono fragili: le mid/small cap britanniche devono infatti affrontare una triplice morsa, strette tra l’aumento dei costi delle importazioni, l’aumento dei salari e l’aumento dei tassi per le aziende.
Asset allocation: rialzisti sulle aziende esportatrici britanniche, ribassisti sui Gilt e l’azionario nazionale. Il perseguimento della posizione ideologica di Theresa May sulla Brexit intensificherà le pressioni macro-economiche per il Regno Unto nel breve periodo. Un nuovo deprezzamento della sterlina dovuto alle incertezze dei commerci graverà sui Gilt e sul loro status di porto sicuro. Anche una forte spinta all’indipendenza scozzese potrebbe a sua volta rappresentare una fonte aggiuntiva di preoccupazione per gli investitori nei titoli di Stato britannici.
In un contesto macro-economico così fragile, gli investitori potrebbero considerare interessante la diversificazione delle proprie allocazioni sull’azionario britannico. In particolare, i “panieri” di titoli britannici che distribuiscono dividendi con un’elevata esposizione alle multinazionali del Paese potrebbero offrire opportunità migliori, poiché il ribasso della sterlina incentiverà gli utili esteri.

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