Cosa succederà ai bond con la Brexit?

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di Finanza Operativa 30 Marzo 2017 | 14:00

A cura di Jim Leaviss, Head of Retail Fixed Interest di M&G Investments
In assenza di sorprese nella lettera di attivazione dell’Articolo 50 da parte del Primo Ministro inglese, i mercati obbligazionari e valutari non hanno subito nella giornata significative variazioni. I rendimenti dei Gilt sono leggermente inferiori (-3 pb a 10 anni) e la sterlina è più forte dello 0,1% rispetto al dollaro statunitense, e dello 0,65% rispetto all’euro.
Oggi il Primo Ministro inglese Theresa May ha avviato per il Regno Unito il percorso di uscita dall’Unione Europea. La prima serie di negoziati si concentrerà sull’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea; tra le questioni oggetto di negoziazione ci sono gli impegni finanziari del Regno Unito verso l’UE, i diritti dei cittadini dell’Unione europea e del Regno Unito rispettivamente in UK e nell’Unione Europea, e le questioni legate ai confini.
La seconda serie di negoziati prevede quelli che sono stati soprannominati gli accordi per i ‘rapporti futuri’, e copriranno un’area molto vasta, tra cui l’accesso del Regno Unito al Mercato Unico Europeo, gli standard di regolamentazione e i meccanismi di risoluzione delle controversie. Questo seconda parte degli accordi sarà l’area di maggior attenzione per i mercati finanziari. Una ulteriore fonte di incertezza economica è inoltre legata alla possibilità di un nuovo referendum sulla posizione della Scozia all’interno del Regno Unito.
L’impatto di lungo termine della Brexit dipenderà dalle relazioni commerciali. Maggiori barriere commerciali avranno un impatto significativo sulla crescita e sulla produttività. In ogni caso, molto dipenderà da come si svilupperanno i negoziati nei prossimi due anni, ed è troppo presto per immaginare quale sarà l’effetto sui mercati finanziari. Naturalmente il miglior scenario possibile sarebbe quello di un “divorzio civile”, con negoziati costruttivi e di basso profilo, così da minimizzare ogni potenziale impatto sulla domanda.
Qualsiasi segnale nella direzione di un divorzio duro, insieme ad un irrigidimento della retorica da entrambe le parti, comporterebbero probabilmente un impatto più importante sulla domande ed, eventualmente, una recessione. In questo scenario, la politica monetaria rimarrà fortemente stimolante con un ulteriore probabile ciclo di QE. Il Governo inglese, invece, potrebbe cercare di stimolare l’economia allentando i regimi fiscali.
Si tratta della prima volta in cui un Paese decide di uscire dall’Unione Europea e le implicazioni a livello economico sono altamente incerte. In considerazione di tale incertezza, è probabile che anche i consumatori e le imprese saranno cauti circa le future prospettive economiche. Tuttavia, poiché il Regno Unito avrà accesso al mercato unico fino al 2019, è probabile che le imprese reagiranno accumulando riserve in previsione del fatto che il Regno Unito dovrà probabilmente adeguarsi alle regole WTO, l’organizzazione mondiale del commercio, in seguito all’uscita dall’Unione Europea.
Inoltre, i consumatori potrebbero portare avanti i consumi prima che dazi vengano potenzialmente imposti sulle importazioni del Regno Unito. Di conseguenza, la crescita economica nel breve termine potrebbe venire incrementata nel corso dei prossimi 12-18 mesi, a condizione che i redditi reali non vengano troppo schiacciati da una eccessiva inflazione e da una crescita stagnante dei salari.
Per la prima volta dal 2013, il mese scorso abbiamo visto l’inflazione UK salire sopra il target della Bank of England, in parte a causa dell’impatto del del crollo significativo della sterlina sui prezzi di importazione dal voto sulla Brexit. L’incertezza relativa al fatto che i negoziati sulla Brexit portino assunzioni e investimenti nel breve termine potrebbe significare che al comitato di politica monetaria spetteranno decisioni difficili: i tassi saranno aumentati per ridurre l’inflazione e raffreddare i consumi, o la preoccupazione maggiore sarà sulla crescita più debole e sugli investimenti?
E’ possibile che la Bank of England accetti un superamento dell’inflazione per qualche tempo, piuttosto di rischiare una stretta monetaria, soprattutto in considerazione del pessimismo che la Banca Centrale nutre rispetto all’impatto dell’uscita del Regno Unito dall’UE.

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