Settore lusso, segnali incoraggianti da Hong Kong

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di Gianluigi Raimondi 6 Settembre 2019 | 10:00

La governatrice di Hong Kong, Carrie Lam, ha formalmente ritirato il progetto di legge sull’estradizione, la causa iniziale delle rivolte che da metà giugno paralizzano la città. Tuttavia le richieste del movimento sono in realtà più ampie, includendo il suffragio universale, un’indagine completa e indipendente sul modo in cui la polizia ha affrontato i disordini e l’amnistia per gli arrestati durante le proteste. Difficilmente quindi questa decisione risolverà la situazione. Comunque, il ritiro della suddetta proposta di legge sull’estradizione è certamente un segnale di apertura per raffreddare la tensione e avviare un dialogo.

Secondo gli analisti di Equita l’esposizione dei titoli del lusso europei a Hong Kong è mediamente circa 6-7% del fatturato in generale, ad eccezione dell’italiana Brunello Cucinelli (circa 1.5%), dell’inglese Burberry (circa 8-9%) e della svizzera Richemont (oltre il 10%).

Se la situazione dovesse normalizzarsi entro il terzo trimestre, che stagionalmente vale il 20-30% annuali, a detta di Equita l’impatto sulle vendite sarebbe marginale (inferiore all’1%) e potenzialmente già incorporato nelle stime, con una crescita a cambi costanti nel secondo semestre attesa in linea con il primo semestre (circa +7% anno su anno).

“D’altra parte, se le proteste continuassero, ci aspetteremmo che nel più lungo termine una parte delle vendite perse a Hong Kong possano essere recuperate nel resto dell’Asia e soprattutto nella Cina continentale, dove pensiamo che la domanda sia ancora robusta (solo il 20-30% degli acquisti a Hong Kong avvengono localmente)”, avvertono da Equita.

Il settore – sostengono poi gli analisti di Equita – tratta a 23x il P/E 2020 (escl. Tod’s), a premio del 70% rispetto al mercato, marginalmente al di sopra della recente media storica di 65% (dal recupero della domanda Cinese nel 2017). Confermiamo la nostra preferenza per Moncler (22.5x), LVMH (22.2x) e Kering (16x)”.

Il comparto del lusso resta comunque indirettamente esposto all’evoluzione dei negoziati Usa-Cina, dato che la domanda cinese rappresenta il 33% della richiesta globale del settore.

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