Intesa Sanpaolo: la crisi del manifatturiero comincia a farsi minacciosa

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Avatar di Stefano Fossati 26 Settembre 2019 | 14:30

Fra giugno e settembre l’attività economica mondiale ha continuato a rallentare, in base a quanto segnalato dai PMI. L’indice manifatturiero globale è scivolato sotto 50, stabilizzandosi in agosto intorno ai minimi toccati il mese precedente (v. fig. A). I dati sulla produzione automobilistica mostrano che la fase di contrazione era ancora intensa a luglio in Unione Europea, Cina e India, mentre si sarebbe verificato un ritorno a tassi di crescita positivi in Giappone e Stati Uniti e una stabilizzazione in Corea. Per quanto riguarda l’elettronica, altro settore globalmente in contrazione dopo il boom del 2017-18, l’andamento delle vendite mondiali di semiconduttori mostra una contrazione in accelerazione su base tendenziale fino a giugno (-17%), il peggior andamento dal 2009, e quindi in marginale rallentamento a luglio (-16% anno su anno), con stabilizzazione su base trimestrale (v. fig. 2). La stabilizzazione estiva dell’indice PMI manifatturiero viene da una modesta ripresa dell’attività nei paesi emergenti, mentre la contrazione nei paesi avanzati è proseguita a ritmi pressoché immutati. Il volume del commercio mondiale è risultato in lieve contrazione in giugno (-0,5% anno su anno), in base all’indice compilato dal Cpb. L’indice degli ordini nell’indagine PMI segnala che la dinamica è rimasta debole anche nel bimestre luglio-agosto. L’indice PMI dei servizi è stato in media più basso nel terzo trimestre che in quello precedente, pur restando su livelli coerenti con un’espansione dell’attività che consente al Pil globale di restare in crescita.

Come sottolinea Luca Mezzomo della Direzione studi e ricerche di Intesa Sanpaolo nell’ultimo Scenario Macroeconomico, le prospettive di breve termine restano incerte, ma con una prevalenza di note negative. Gli indici anticipatori Ocse segnalano un ulteriore rallentamento nell’Eurozona e negli Stati Uniti, a fronte di stabilità in Giappone, Cina e Brasile. Le aspettative delle imprese nell’indagine Wes dell’Ifo restano ancora negative. Nel complesso, si può attendere una minore contrazione nel manifatturiero, ma anche meno crescita nei servizi. L’andamento delle costruzioni dovrebbe restare positivo. La crescita del Pil mondiale è attesa rallentare ulteriormente rispetto al primo semestre, alla luce dell’andamento delle indagini congiunturali. Va considerato che il commercio mondiale sarà colpito da una nuova ondata di aumento dei dazi sull’interscambio fra Cina e Stati Uniti, che potrebbe impattare il commercio internazionale fra settembre e dicembre. Inoltre, resta la minaccia di un’uscita senza accordo del Regno Unito dall’Ue il 31 ottobre, che avrebbe effetti di breve termine molto negativi sull’interscambio con l’Ue. Le previsioni di ripresa per il 2020 poggiano sull’ipotesi che tali shock non si materializzano, o abbiano alla fine effetti modesti. Nel breve termine, soprattutto in Europa prevale il rischio di stallo della crescita economica reale.

La crescente importanza delle politiche fiscali

Le politiche monetarie hanno reagito al rallentamento del ciclo economico con un generalizzato allentamento, che ha coinvolto sia i tassi ufficiali sia il bilancio delle banche centrali. Tale allentamento è stato anticipato dai mercati, e i tassi di interesse sono calati su tutte le scadenze nei paesi avanzati. La contrazione dell’eccesso di riserve nei paesi avanzati si è quasi arrestata, come si vede anche dall’andamento della base monetaria aggregata (fig. H). Il processo potrebbe presto invertirsi grazie alla ripresa degli acquisti netti App da parte della Bce e alla stabilizzazione dei reinvestimenti da parte della Federal Reserve. Tuttavia, nei paesi avanzati l’efficacia della politica monetaria appare molto ridotta e le misure adottate quest’anno rischiano di sviluppare i propri effetti più sui prezzi degli asset finanziari e immobiliari che nell’economia reale. In presenza di prospettive di domanda sfavorevoli e di incertezza sulle politiche commerciali le imprese resteranno restie ad investire; le favorevoli condizioni di accesso al mercato dei capitali e la riduzione degli oneri finanziari, quindi, potrebbero favorire l’aumento del debito e il riacquisto di azioni proprie, piuttosto che l’aumento dimensionale o il rinnovo degli impianti. La trasmissione attraverso il deprezzamento del cambio e il ribilanciamento esterno, infine, è smorzata dal fatto che l’allentamento monetario sta avvenendo simultaneamente in gran parte dei paesi avanzati.

D’altro canto, continua Mezzomo, riducendo il costo del debito a livelli mai visti, la politica monetaria sta aumentando la libertà di azione delle politiche fiscali. In effetti, le politiche fiscali stanno diventando di sostegno al ciclo economico più di quanto non fosse stimato a giugno. La Cina sta usando la leva fiscale per compensare gli effetti della guerra commerciale. Negli Stati Uniti è stato raggiunto un accordo che disinnesca il rischio di fiscal cliff . In Europa, Germania e Olanda stanno allentando la politica fiscale, sebbene senza sfruttare in pieno i margini di cui dispongono. In Europa, la situazione ciclica molto debole non soltanto porterà all’attivazione degli stabilizzatori fiscali in diversi paesi, ma riteniamo che indurrà anche a rinviare in parte lo sforzo di correzione richiesto dal patto di stabilità e crescita. Tuttavia, la dimensione dello stimolo appare al momento troppo modesta per compensare la debolezza della domanda aggregata. “Prevediamo che nel 2020 la crescita media annua del Pil sarà invariata a livello globale, ma che rallenterà nelle principali economie avanzate e in Cina. La nostra stima per l’Eurozona è stata tagliata a 0,9%, e risulta ora inferiore alla media del consenso e anche alla previsione della Bce”, prevede l’esperto di Intesa Sanpaolo.

“Nonostante l’accelerazione della dinamica salariale che sta emergendo sia negli Stati Uniti, sia in Europa, non ci attendiamo pressioni al rialzo sull’inflazione. La trasmissione dei rincari salariali ai prezzi non ha motivo di intensificarsi, alla luce della debolezza delle condizioni di domanda fronteggiate dalle imprese, in particolare manifatturiere”, conclude Mezzomo.

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