La moderna politica monetaria favorisce il populismo

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Avatar di Gianluigi Raimondi 27 Marzo 2019 | 13:00

Di Sonal Desai, Chief Investment Officer, Franklin Templeton Fixed Income

La scorsa settimana, alla Stanford University, ho visto il Professor Mark Duggan chiedere con riluttanza al Presidente della Fed Jay Powell cosa ne pensasse della teoria monetaria moderna (Modern Monetary Theory, MMT). L’MMT ha attirato le aspre critiche di una serie di importanti figure quali l’ex Segretario del Tesoro degli Stati Uniti Larry Summers, l’ex economista capo dell’FMI Ken Rogoff, il premio Nobel Paul Krugman e il professore di Stanford John Cochrane. È diventata un inevitabile argomento di discussione. Inoltre, qualunque cosa unisca economisti tra loro profondamente diversi come Cochrane, Summers e Krugman merita attenzione. E anche noi intendiamo occuparcene.

A mio avviso, la MMT è una sorta di mutaforma; si presenta come una serie di principi ragionevoli, ma poi si trasforma in pericolose idee politiche ed è questa la ragione per cui molti importanti economisti ora sembrano allarmati, più che sprezzanti.

I principi fondamentali della MMT sono i seguenti: (1) il governo ha il monopolio dell’emissione della moneta nazionale; (2) a differenza di famiglie o società, il governo non deve avere vincoli di bilancio; non può restare senza capitali da investire perché può stampare moneta; e (3) l’unico limite al potere di spesa del governo scatta quando genera un’inflazione eccessiva.

I sostenitori della MMT asseriscono che il governo dovrebbe definire la spesa pubblica e le imposte atte a genere la massima occupazione e un’inflazione moderata e stabile. La maggior parte degli economisti ortodossi sarebbe d’accordo. Stephanie Kelton (professoressa di economia alla Stony Brook University e tra i consulenti della campagna presidenziale 2016 di Bernie Sanders) sostiene correttamente che se un governo opta per un deficit di bilancio significativo per investire in istruzione, infrastrutture e ricerca e sviluppo, può favorire la crescita nel lungo termine e che pertanto l’accumulo progressivo del debito non costituisce un problema. Anche in questo caso, la maggior parte degli economisti ortodossi sarebbe d’accordo.

Ma è qui che interviene l’aspetto mutaforma: per la MMT, il debito pubblico non conta. Affatto.

I sostenitori della MMT fanno rilevare che il Giappone ha un debito pari al 240% del PIL (prodotto interno lordo); affermano che il Giappone ci insegna una lezione molto importante che, a loro avviso, non rappresenta un avvertimento. (Sono forse gli unici a considerare il Giappone come un modello da imitare.)

Negli ultimi 15 anni, i rapporti debito pubblico-PIL sono già notevolmente aumentati nelle economie avanzate, con la rilevante eccezione della Germania.

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