Mercati, la Fed sacrifica la Borsa per cercare di salvare il dollaro

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di Redazione 7 Aprile 2021 | 14:03

La Fed è stata sottoposta a una forte pressione per avviare nuovi interventi mirati sui tassi a dieci anni e introdurre un controllo della curva come hanno fatto la Bce e la Bank of Japan. Non cedendo a queste pressioni, la Fed ha deciso di sacrificare la Borsa, per cercare di salvare il dollaro. A questo punto è chiaro che i tassi sui decennali saliranno ancora e la Borsa Usa sarà sottoposta a un ridimensionamento”. È l’analisi di Maurizio Novelli, gestore del fondo Lemanik Global Strategy Fund.

Bce e Banca del Giappone hanno ceduto alle pressioni del mercato, decidendo ulteriori interventi mirati sulla curva dei tassi a dieci anni, per impedire che domanda e offerta si incontrassero liberamente. La priorità è che, almeno per ora, tutti continuino a pagare prezzi stratosferici per qualsiasi cosa venga comprata sui mercati finanziari. Tuttavia, la perversione di queste politiche monetarie pluriennali ha creato un mercato finanziario ostile alla crescita dell’economia. Le implicazioni di un intervento simile da parte della Fed sarebbero state devastanti sotto tutti i punti di vista. Le Borse sarebbero certamente salite ancora, alimentando la bolla speculativa in corso. Il dollaro avrebbe pesantemente ceduto contro tutte le divise, mentre il mercato dei Treasury sarebbe stato travolto da vendite provenienti dai detentori delle riserve valutarie in dollari, con la Fed che avrebbe dovuto comunque intervenire sul mercato per assorbire le vendite. Gli equilibri valutari mondiali avrebbero subito un pesante contraccolpo, dato che sarebbe stato chiaro a tutti che gli Stati Uniti avrebbero lasciato svalutare il dollaro. Le ripercussioni sui flussi di capitale verso gli Usa sarebbero state devastanti e, per contrastare il deflusso di capitali, la Fed sarebbe stata obbligata a intraprendere una sempre più aggressiva politica di Quantitative easing, con ulteriori ripercussioni negative per il dollaro.

La decisione della Fed di non cedere a queste pressioni è finalizzata a proteggere il dollaro come divisa di riserva valutaria, per salvaguardare i flussi di capitale internazionali che sostengono il debito Usa e sgonfiare la bolla speculativa sull’equity”, spiega Novelli. “A questo punto è molto probabile che i tassi Usa a dieci anni saliranno ancora, trascinati anche da un’impennata temporanea dell’inflazione, dovuta a un aumento dei costi alla produzione industriale in tutto il mondo, causati dalla pandemia”.

Il progetto di Biden di raddoppiare il salario minimo negli Stati Uniti, per risollevare la larga platea dei cittadini americani che arrivano a fine mese solo grazie a nuovo debito, è stato respinto. Ha prevalso ancora la strategia di implementare colossali politiche di intervento una tantum sui redditi, come nel recente piano fiscale, così da non modificare le aspettative d’inflazione di lungo termine e fare in modo che sia sempre il debito e non il reddito il vero driver della crescita.

Ora all’orizzonte si preannuncia un’ulteriore discesa dei mercati obbligazionari, una correzione delle Borse e un dollaro in temporaneo rafforzamento. Inoltre, l’impegno della Fed di mantenere i tassi a breve fermi fino al 2024 è comunque finalizzato a produrre inflazione. Per questo motivo, il dollaro non è così forte e l’oro non è così debole. I grandi investitori si stanno preparando comunque a uno scenario di crescita forte, ma non sostenibile per più di due trimestri e, nel caso molto probabile di ricaduta del Pil già dall’autunno, sanno benissimo che la Fed dovrà stampare ancora moneta e nuovi interventi fiscali saranno probabilmente necessari. Il destino del dollaro è dunque più condizionato dagli scenari futuri che da quelli in corso e la sua crisi è solo rimandata.

“Lo scenario per i mercati finanziari si preannuncia alquanto complesso”, conclude Novelli. “Il disordine creato dai tassi d’interesse, dall’inflazione attesa e da dinamiche di recupero della crescita non lineari eserciteranno un aumento della volatilità. L’eventuale uscita dalla crisi pandemica sarà molto lunga e difficoltosa e porterà all’inevitabile ristrutturazione del debito globale e alla probabile revisione degli assetti finanziari ereditati da Bretton Woods”.

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