Mercati: il problema è l’infezione, non l’inflazione

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Avatar di Gianluigi Raimondi 9 Aprile 2021 | 15:43

La Banca Centrale americana non desiste dall’ormai giornaliero mantra nel riconfermare come gli attuali stimoli monetari rimarranno in vigore per un tempo indeterminato senza che eventuali pressioni inflazionistiche, ritenute comunque transitorie, possano per il momento causare un cambio di rotta. Ancora ieri Powell ha riconfermato il rigido committment della Fed ad un sostegno a tutto campo della ripresa, aggiungendo che la banca centrale inizierà a valutare eventuali mutamenti di politica monetaria solo all’evidenza fattiva di una concreta ripresa dell’economia, basata su dati consuntivi e misurabili e non su previsioni.

Commenti che sembrano beneficiare largamente i mercati azionari occidentali ieri, con i listini americani che si involano su nuovi record.

“A confermare però l’attuale stato di forse eccessiva fiducia degli investitori – avverte Michael Palatiello, amministratore delegato di Wings Partners Sim – c’è l’indice VIX (che misura l’avversione al rischio) che si porta sui minimi dal febbraio 2020, di pari passo a una flessione dei rendimenti sui decennali americani (ora al 1,65%) e del dollaro che si attesta in area 1,19 contro euro e sotto quota 110 contro yen, per quanto la costante riduzione dei volumi di negoziazione sui listini USA non sia propriamente un segnale benevolo, specie in un contesto in cui a volumi decrescenti si associano nuovi e costanti records al rialzo”.

Attenzione però, fa notare Palatiello: “Su un argomento è inevitabile in ogni caso concordare con il chairman della FED: la preoccupazione ora è il tasso di infezione, non quello di inflazione. E se guardiamo alle statistiche sanitarie all vigilia del week-end, i dati non sono confortanti, malgrado le massicce campagne vaccinali in atto (gli USA hanno raggiunto il 20% della popolazione, il Messico il 25%, la Cina viaggia al ritmo di 5 milioni di somministrazioni giornaliere).

Le nuove varianti tornano a manifestarsi in una crescita di contagi che non risparmia neanche gli USA (soprattutto in alcuni stati del Midwest), e se la situazione del Brasile appare al di la del drammatico (4.400 decessi nelle ultime 24 ore), i segnali di inversione della curva pandemica sembrano allargarsi a macchia d’olio, dall’India (127.000 nuovi casi nelle ultime 24 ore), all’Iran (record di infezioni per il terzo giorno consecutivo), dalla Corea del Sud (incremento dei casi più elevato dal 5 gennaio) fino al Giappone, che reintroduce misure restrittive oggi nelle province di Tokyo, Kyoto ed Okinawa a sole tre settimane dalla loro rimozione.

Chi invece sembra prestare maggiore attenzione all’inflazione è la Cina – avvertte Palatiello – dopo la pubblicazione dei prezzi alla produzione questa mattina che a marzo, con un tasso annualizzato del 4,4%, registrano la crescita più robusta da un biennio a questa parte (tornano contestualmente a crescere i prezzi al consumo dopo due mesi in arretramento). Pechino ha ribadito la sua rigidità verso le banche (specie quelle piccole e medie che spesso si appoggiano a non rari espedienti di Shadow Banking) nell’erogazione di nuovi prestiti, ed a giudicare dal tasso di default delle obbligazioni delle aziende private le preoccupazioni del Dragone appaiono motivate.

Record di defaults, infine, nel settore immobiliare quest’anno, con le aziende del Real Estate che rappresentano circa il 27% dei mancati pagamenti nel trimestre passato pari complessivamente a 15,1 mld di dollari.

 

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