Il petrolio scalda le borse dei mercati asiatici

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di Redazione 6 Giugno 2008 | 06:56
Ieri citando i recenti conflitti sociali dovuti al rialzo dei prezzi dei prodotti petroliferi terminavo il mio intervento così : “Il presidente della banca centrale americana, Ben Bernanke ha quindi dichiarato che l’inflazione è significativamente più alta di quanto la Fed vuole, che gli elevati prezzi dell’energia pongono significative sfide e ha ribadito quindi che la corsa dei prezzi e’ una preoccupazione per la Fed. Detta in altri termini: Abbiamo già dato.”

Detta in altri termini, sono stato un povero ingenuo e non mi consola il fatto di esserlo stato in compagnia del ministro degli Esteri, Franco Frattini, che in chiusura del deludente vertice della Fao di Roma ha dichiarato “Ci sono degli attori multinazionali, grandissime imprese come quelle petrolifere, che con il prezzo del greggio che cresce stanno facendo enormi guadagni. E’ possibile che non paghino nulla, nemmeno una piccola parte di questi enormi guadagni, per aiutare quelli che muoiono fame?”.

Chi è abituato per abitudine e mestiere ad arricchirsi senza ritegno, se infastidito, può imporre al mercato un rialzo giornaliero del 4.6% greggio e un rialzo delle proprie quotazioni altrettanto corposo. Giusto per far capire al mondo chi comanda per davvero.

Per onore di cronaca dovrei raccontarvi del MSCI Asia Pacific Index che questa mattina sale di oltre un punto percentuale grazie al rialzo dei titoli petroliferi e minerari e di quali titoli trascinano i listini, ma preferisco invece mettervi in guardia riguardo a quello che sta succedendo in Darfur e a quello che potrà accadere.

Faccio una premessa: in Darfur ci sono 500.000 barili di petrolio da estrarre al giorno e la Cina ricava il 30% del proprio petrolio dall’Africa. Cina che ha migliaia di soldati schierati a protezione degli impianti petroliferi.

In questi giorni il coordinatore ONU dell’area ha comunicato che la regione è sull’orlo della guerra civile con gli eserciti delle fazioni del nord e del sud che stanno manovrando per incontrarsi in una zona del Sudan centrale. E proprio in un momento così caldo il Sudan ha deciso di bandire le ditte statunitensi dai contratti con i peacekeepers internazionali in Darfur e di non rinnovare il contratto della società PA&E, sussidiaria al 100 per cento della Lockeed Martin Corp. quando scadrà in luglio.

I rapporti tra Sudan e Washington sono sempre più tesi, soprattutto da quando l’amministrazione Usa ha utilizzato di continuo il termine “genocidio” per descrivere la situazione in Darfur, attribuendone la responsabilità al governo di Khartoum.

Pensateci bene, la situazione in Sudan non è poi così tanto differente dalla situazione in Iraq pre “pacificazione USA”. E con i cinesi che hanno forti interessi anche in Iran oltre che in africa, gli americani dovranno fare i conti. Nel bene e nel male.

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