Come rendere il mercato più sicuro

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di Francesco D'Arco 9 Giugno 2008 | 10:40
Durante l’assemblea ordinaria dei partecipanti, tenutasi alla fine di maggio, il governatore della Banca D’Italia, Mario Draghi, ha fatto il punto sulla situazione dei mercati e della crisi dei mercati finanziari. “Un esame retrospettivo degli eventi di questi mesi è essenziale per disegnare gli interventi necessari per il futuro del sistema finanziario internazionale.”

Come, dove, quando la crisi sarebbe scoppiata era impossibile stabilire; l’evento che l’ha scatenata ha avuto luogo in un segmento dell’attività finanziaria relativamente marginale. Ciononostante da tempo alcuni di noi erano persuasi dell’estrema fragilità della situazione. L’accumularsi di tensioni era palese ben prima della scorsa estate.

Fin dal primo intervento pubblico pronunciato in questa funzione all’inizio del 2006, chi vi parla richiamò l’attenzione sugli squilibri che si erano determinati e sui nuovi rischi che accompagnavano i pur indubbi benefici dell’innovazione finanziaria. Un anno fa, proprio in questa sede, facemmo presente che la percezione del rischio da parte degli investitori poteva mutare in modo repentino, con effetti destabilizzanti; che la crescente complessità e interdipendenza dei mercati, se rendeva il sistema più robusto ed efficiente in tempi normali, poteva accrescerne la vulnerabilità a eventi estremi.
Aiutare il mercato a riprendersi non significa sostituirsi a esso.

Né aiuterebbe cancellare l’innovazione finanziaria. Renderemmo il sistema più povero, non più sicuro.
La storia delle crisi finanziarie, anche recenti, ci ricorda che strumenti e intermediari tradizionali non sono necessariamente più stabili e affidabili. Alla fine degli anni ottanta, ben prima che si diffondessero i prodotti finanziari strutturati di oggi, la crisi delle savings and loan banks costò ai contribuenti americani oltre il 2% del pil annuo degli USA. La crisi delle banche giapponesi, in anni appena più vicini, ha avuto costi ancora più pesanti.

Un esame retrospettivo degli eventi di questi mesi è essenziale per disegnare gli interventi necessari per il futuro del sistema finanziario internazionale. Una regolamentazione lacunosa e incentivi perversi hanno prodotto, nei maggiori centri finanziari mondiali, un indebitamento eccessivo e soprattutto non percepito nella sua reale dimensione, una sottovalutazione del rischio. Il sistema finanziario che emergerà dalla crisi dovrà avere regole diverse, meno debito, più capitale. E’ questo il principio unificatore delle raccomandazioni formulate dal Financial Stability Forum nel suo recente rapporto, che vede come elementi essenziali una rapida adozione dei nuovi criteri prudenziali di Basilea II, un aumento dei requisiti di capitalizzazione, in particolare per i prodotti strutturati. Il rapporto propone strumenti per migliorare i processi di gestione della liquidità e del rischio, accrescere la trasparenza contabile delle istituzioni finanziarie, intervenire sui meccanismi di rating, guidare gli interventi in caso di crisi. Il rapporto ha raccolto il consenso del Gruppo dei Sette.

Le proposte che contiene per lo più non richiedono passaggi legislativi, ma possono essere adottate direttamente dalle stesse autorità di regolamentazione che hanno contribuito alla loro individuazione; costituiscono una risposta coordinata alla crisi che non frammenta l’integrazione del mercato finanziario mondiale. Possono e devono essere tradotte in pratica senza indugio. E’ importante che la comune determinazione di portarle avanti non venga meno ai primi segni di un allentarsi della tensione. Dalla fine del 2007 sono apparse chiare le ripercussioni delle turbolenze finanziarie sull’economia reale nei paesi avanzati, soprattutto negli Stati Uniti.

I riflessi sulle economie emergenti e in via di sviluppo sono meno pronunciati. Queste economie contribuiscono oggi in modo decisivo a sostenere la produzione e il commercio mondiali. I maggiori rischi per l’economia mondiale vengono oggi dall’accumularsi di tensioni inflazionistiche e dal possibile accentuarsi del rallentamento americano. Il principale elemento di preoccupazione resta il continuo aumento dei prezzi dell’energia e di altre materie prime. Questi rincari, se da un lato riflettono in parte le prospettive ancora robuste di crescita delle economie emergenti, dall’altro imprimono ulteriori impulsi recessivi alle economie avanzate e alimentano l’inflazione, condizionando l’orientamento delle politiche monetarie.

Mario Draghi, governatore
della Banca d’Italia,
Considerazioni finali,
Roma 31 maggio 2008

Contro tutti coloro che, dietro lo scudo delle crisi, hanno proposto, e ancora propongono, la demolizione dell’innovazione finanziaria, della globalizzazione e delle offerte alternative al mercato cosiddetto tradizionale.
Il male non è cercare di evolvere e non è legato allo sviluppo e al progresso. Il male è la critica del progresso e il tentativo di frenarlo.
Scelta più semplice rispetto a quella di chi prova a guidare l’innovazione, la globalizzazione e lo sviluppo dell’economia in genere.


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