I fondi 130/30 lanciano la sfida all’industria del gestito

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Avatar di Marco Mairate 10 Giugno 2008 | 14:30
Si stima che entro il 2010 questi strumenti gestiranno un patrimonio totale compreso tra i 500 miliardi e i due trilioni di dollari. La crisi del risparmio gestito sembra aprire la strada a nuovi prodotti, forse, capaci di attirare l’attenzione degli investitori verso un comparto (quello dei fondi) in cui ormai non crede più nessuno o quasi.

Entro il 2010 i cosiddetti fondi 130/30 avranno un patrimonio gestito tra i 500 miliardi e i due trilioni di dollari, masse che nella maggior parte dei casi verranno alimentate dal canale istituzionale.

Oggi i patrimoni gestiti a livello globale da questi fondi ammontano a circa 140 miliardi di dollari, di questi il 70% è imputabile al mercato statunitense e, a seguire, Europa (25%) e Asia (5%). A livello di società di gestione, esistono circa 120 asset manager che stanno studiando questo prodotto per lanciarne di nuovi o per implementare la strategia su strumenti già esistenti.

Questa nuova “classe” di fondi tende a investire il 130% del patrimonio disponibile in posizioni lunghe, ossia acquistano titoli come i fondi tradizionali, e assumono posizioni corte (tramite l’uso di derivati per i fondi Ucits, i quali non possono vendere allo scoperto) per il 30%, in modo che l’esposizione netta all’azionario sia pari al 100% degli asset. Effettivamente la teoria dietro questi prodotti sembra fornire indicazioni positive per il loro sviluppo, dato che per la prima volta un gestore long only avrebbe la possibilità di operare nelle due direzioni del mercato. Il track record inoltre (nella fase di back-testing) è parsa sempre molto buona con risultati superiori ai principali benchmark di riferimento. 


Nel nostro mercato esistono diversi problemi da superare, però, prima che questi fondi possano suscitare uno certo appeal commerciale: uno di questi è sicuramente l’aspetto normativo (di difficile interpretazione e poco flessibile alle nuove strategie) a cui si aggiunge il limitato expertise dei nostri gestori, abituati a lavorare in un’ottica prettamente long/only.

Gianluca Ungari (nella foto), responsabile azionario Antonveneta ABN Amro SGR, insieme a Credit Suisse ha lavorato su un progetto comune per lo sviluppo e la successiva commercializzazione dei fondi 130/30: prodotti che possono rappresentare un punto di svolta e invertire il trend negativo che vive il risparmio gestito in Italia e anche all’estero. Ungari racconta a Hedge l’esperienza diretta nei fondi 130/30 e le difficoltà riscontrate per implementare questa strategia.

In termini pratici, quali benefici può portare la componente short nel profilo rischio rendimento di un fondo, soprattutto se paragonato a un long only tradizionale?

I benefici sono principalmente due: da una parte la possibilità di migliorare in modo significativo la performance attesa prendendo una posizione short su titoli che altrimenti si sarebbero solo sottopesati. Ovvero rendere meno asimmetrico il processo di trasmissione delle buone idee in strategie d’investimento; dall’altra, se i titoli corti non sono correlati al resto del portafoglio, la possibilità di diminuire la rischiosità del fondo.

Per la parte del portafoglio short sembra che lo strumento ideale sia rappresentato dagli equity swap: quali sono i vantaggi di utilizzare questo strumento?

Nel framework degli Ucits III l’equity swap rappresenta lo strumento più efficiente per implementare il 130/30. Permette di realizzare la leva (fino al 200% del NAV), di accedere in modo efficiente a investimenti (settori, emerging market, temi d’investimento) altrimenti di difficile realizzazione, di realizzare uno short sintetico in modo rapido ed efficiente sia a livello di costi sia operativo.


L’operatività short è una pratica molto complessa da implementare a livello organizzativo: in base alla vostra esperienza quali ritiene siano le aree cui bisogna prestare maggiore attenzione?

Le aree interne di maggiore impatto sono:

  • l Front Office per quanto concerne la gestione del portafoglio sia in modo isolato sia integrato con il resto del fondo; valutazione del cost of carry delle posizioni corte; il position keeping e l’analisi dell’esposizione ai diversi fattori di rischio.
  • l Back Office in riferimento alle operazioni short, e in generale alla riconciliazione di posizioni in swap.
  • l Risk Management per la valutazione dei rischi relativi alla leva, di esposizione alle controparti (prime broker) e alle posizioni corte. Utilizzo di VAR based model.

Quando potremo vedere il primo fondo 130/30 debuttare nel mercato italiano?

I fondi 130/30 sono nati negli USA negli ultimi due anni e mezzo, in Europa la normativa Ucits III ha costituito il terreno fertile per il lancio di questa categoria di fondi. In Italia c’è un certo fermento intorno all’argomento, i nostri fondi azionari sono già gestiti utilizzando questa tecnica di gestione.

I fondi 130/30 possono essere visti come una risposta ai deflussi di capitali dai fondi tradizionali?

I deflussi dai fondi tradizionali hanno varie cause, certamente l’innovazione dei prodotti attraverso nuovi strumenti e tecniche di gestione che consentono la costruzione di portafogli più efficienti è una strada molto importante da perseguire. La Ucits III è stata emanata anche per questo motivo.

Fondi 130/30 e fondi hedge: quali sono le analogie e quali le differenze tra i due strumenti?

L’unica analogia è che utilizzano strumenti finanziari simili o tecniche di gestione simili (pure short o long short market neutral strategy).
I fondi 130/30 hanno come finalità il miglioramento del profilo rischio rendimento di uno strumento tradizionale implementando un processo d’investimento più flessibile ed efficiente. I fondi 130/30 si inseriscono comunque nel generale processo di convergenza.
 

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