Due modelli, uno scontro

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di Redazione 21 Giugno 2008 | 08:00
“Fee-only” o “open architecture”? Il mondo della consulenza finanziaria sta attraversando una fase caratterizzata da poche certezze e tanti dubbi. Le certezze sono sostanzialmente due. La prima riguarda i dati del risparmio gestito che conferma mese dopo mese la crisi del settore…

Secondo Assogestioni in soli 4 mesi l’industria ha registrato una raccolta negativa per oltre 45 miliardi di euro (quasi quanto perso in tutto il 2007, ndr).
La seconda certezza sono gli incontri organizzati da Banca d’Italia. Il governatore Mario Draghi oggi sembra l’unico disposto a riunire intorno a un tavolo i protagonisti della produzione e della distribuzione nel tentativo di individuare una soluzione in grado di risollevare le sorti delle SGR, senza uccidere la distribuzione.

Ma finite le certezze iniziano gli infiniti dubbi che hanno origine, innanzitutto, nell’assenza di una legge chiara sul tema consulenza finanziaria.
Complice la caduta del governo Prodi e l’abitudine italiana a rimandare le decisioni legislative, a meno di un mese dalla data prevista per la nascita ufficiale dell’albo dei consulenti finanziari (30 giugno 2008) ancora non esiste un regolamento definitivo.

E l’organismo per la tenuta dell’albo stesso non è ancora nato.

Situazione che sta generando non poca confusione nel mondo dei consulenti e dei promotori finanziari. Soprattutto in merito alle modalità per svolgere l’attività di advisory. Se si sceglie la via della persona giuridica è sicuro che si dovrà optare per la creazione di una SIM, con capitale sociale minimo di 120.000 euro. Strada intrapresa, ad oggi, da pochissime realtà, e che, cifre alla mano, poche realtà possono intraprendere nel breve periodo.

Se si opta per l’attività da libero professionista i dubbi aumentano, proprio per l’assenza di criteri chiari per quanto riguarda l’accesso al futuro albo.
Un tale contesto lascia inevitabilmente spazio alle più svariate teorie sulla consulenza finanziaria. Ma su tutte spiccano due grandi fazioni: i fautori della consulenza fee only e quelli dell’open architecture. Tra i primi spiccano le neo-nate associazioni dei consulenti finanziari indipendenti che indicano i criteri dell’assenza di conflitti di interesse e del servizio “a parcella” come gli unici indispensabili per stabilire una differenza tra chi colloca e chi consiglia (senza dimenticare l’onorabilità e la professionalità).

Tra i sostenitori dell’architettura aperta, invece, vi sono soprattutto i promotori finanziari che vedono nella MiFID un riconoscimento europeo del modello di distribuzione italiano, e quindi del promotore inteso come “tied agent”.

La verità? Difficile dirlo. L’unica, e l’ultima vera certezza, è che l’industria del risparmio gestito (all’interno della quale operano consulenti e promotori) si è profondamente trasformata, internazionalizzandosi, come ha sottolineato lo scorso 19 gennaio il governatore della Banca d’Italia in occasione del convegno del Forex svoltosi a Bari.

«L’attuale crisi mostra l’insufficienza di modelli validi in passato» ha sottolineato Draghi, invitando in quell’occasione le SGR e i rispettivi gruppi di appartenenza a riconsiderare il proprio posizionamento strategico. Ciò comporterebbe anche una rivalutazione dei modelli di distribuzione e non solo. «Alcuni gruppi possono concentrarsi sulla commercializzazione di prodotti altrui e sulla consulenza, valorizzando il rapporto con la clientela… Altri possono puntare allo sviluppo delle proprie capacità di offrire servizi di gestione», aprendo le reti distributive, suggeriva allora Draghi. Ma da allora nulla è cambiato (a parte la nascita del tavolo tecnicno dello stesso Draghi) e oggi si continua a discutere su cosa è consulenza e cosa non lo è. Forse conviene prima discutere su come adattare il proprio modello (sia esso fee only o di open architecture) al nuovo scenario competitivo.

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