La sindrome del Dr. House

A
A
A
di Redazione 21 Giugno 2008 | 17:00
Il risparmio gestito è crisi, ma anche l’economia italiana non sta attraversando un periodo entusiasmante. Dopo aver scelto la strada dell’indifferenza oggi si cerca di individuare le soluzioni più idonee, ma senza analizzare a fondo i problemi. E così cresce tra politici e operatori il club di “improvvisati” Dr. House.

Si sa è più facile ignorare e giustificare una crisi piuttosto che affrontarla. Quest’ultima rimane la scelta più coraggiosa e più saggia, e si basa su un assunto logico semplice: c’è una crisi, ne individuo tutte le cause (soprattutto le più profonde), elaboro le possibili soluzioni e, soprattutto, agisco il prima possibile, prima che la crisi si trasformi in strage.

L’ultimo esempio a riguardo lo ha ricordato il professore Francesco Giavazzi nel corso del suo intervento al convegno annuale di Assoreti. Giavazzi ha ricordato alla platea del convegno l’importanza, la rapidità e l’efficacia della scelta presa a metà marzo dalla Fed in merito a Bearn Sterns. La decisione di salvare la banca dal fallimento ha evitato una catastrofe ancora più grave che avrebbe trasformato la crisi del credito in un vero e proprio bagno di sangue senza prigionieri né feriti.

Purtroppo però l’Italia è dominata da soggetti che preferiscono ignorare e giustificare i problemi. Nel primo gruppo rientra, ad esempio, l’atteggiamento assunto da molti operatori e molte istituzioni nei confronti della crisi del risparmio gestito. Per tutto il 2007 sono state registrate perdite nella raccolta dei fondi, fino a superare la soglia dei 50 miliardi di euro persi in un anno. La prima reazione è stata l’indifferenza, nella convinzione (o nella speranza) che la crisi passasse da sola (è solo colpa del cattivo andamento dei mercati dicevano i più).

In troppi, oggi, si leccano le ferite di un crisi che ha portato l’industria a perdere oltre 100 miliardi di meno di diciotto mesi (c’è voluto il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi per riunire intorno a un tavolo gli operatori del settore con l’intento di cercare soluzioni concrete).


Passata la fase dell’indifferenza (e dell’assunto “il problema non esiste”) è arrivata la fase della giustificazione dell’industria del gestito (basata sull’assunto “noi non sbagliamo mai, è tutta colpa di eventi non controllabili”). Tra questi, in primis, il regime fiscale che favorisce i fondi esteri rispetto ai fondi italiani. Risultato: la soluzione della crisi deve partire dall’equiparazione fiscale da parte del governo. Peccato che il ministro Tremonti, al momento, non sembra intenzionato ad affrontare la questione.

Poi la giustificazione si è trasformata in un vero e proprio ping pong di accuse tra i protagonisti dell’industria. Un esempio? Le performance dei fondi italiani sono deludenti perché le SGR devono retrocedere commissioni troppo elevate alla distribuzione. Soluzione: riduciamo le fee dovute alle rete o, meglio ancora, quotiamo i fondi. Costerebbero meno e renderebbero di più. Peccato che la qualità della gestione non migliora se cambiamo il canale/modello distributivo: un cattivo gestore rimane un cattivo gestore, e meno costi non è sinonimo di più qualità.

Con ciò non si vogliono attribuire tutte le colpe della crisi del gestito alle SGR e nessuna alle reti distributive (siano esse banche o promotori finanziari), che dal canto loro non hanno certo contribuito a salvare l’industria scegliendo la via del risparmio amministrato e “strutturato”, poco redditizio per i clienti ma favorevole alle banche in cerca di liquidità.


Ciò che è chiaro oggi è la malattia del risparmio gestito italiano (e dell’Italia in generale). Una malattia che all’ultimo stadio si trasforma in presunzione di aver elaborato l’unica diagnosi corretta della crisi in corso e di avere, quindi, l’unica soluzione possibile. Purtroppo, la soluzione individuata il più delle volte è inapplicabile, che tradotto nel linguaggio economico significa uccidere il paziente.

Quest’ultimo stadio è quello che potremmo chiamare la sindrome del Dr. House, la presunzione (appunto) di avere sempre la diagnosi e la cura esatta (cosa vera per il personaggio della fiction, meno per i soggetti afflitti da tale sindrome). La sindrome del Dr. House purtroppo oggi è molto diffusa in Italia al punto da sembrare una vera moda che tutti devono seguire a ogni costo.

E così ci trovaiamo di fronte a un caso Alitalia, l’unica compagnia fallita che riesce a ottenere un aiuto economico ingente dallo Stato (per chiudere i battenti in grande stile?), e a un caso Italia, un paese che da circa dieci anni cresce meno del resto d’Europa (circa un punto percentuale in meno all’anno). Ma la colpa secondo autorevoli ministri (malati della sindrome del Dr. House) è da attribuire alla globalizzazione “non imbrigliata” e all’arrivo dell’euro. Peccato che questi eventi hanno interessato tutta l’Europa mentre i problemi dell’Italia sono unici (e così ci troviamo a dover ascoltare proposte innovative come i dazi).

Di sicuro l’economia italiana (e non solo il risparmio gestito) è malata e ha bisogno di cure rapide e incisive.
Ma temo che non sarà la presunzione dei tanti Dr. House nostrani a salvare l’Italia e i fondi comuni.

Vuoi ricevere le notizie di Bluerating direttamente nel tuo Inbox? Iscriviti alla nostra newsletter!

Condividi questo articolo
NEWSLETTER
Iscriviti
X