Mercati asiatici: la crisi arriva da lontano

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di Redazione 19 Giugno 2008 | 07:17
Con una borsa, quella cinese, nuovamente sotto di circa il 50% rispetto al massimo toccato nello scorso ottobre viene da domandarsi in quale terribile crisi economica stia andando a cacciarsi la Cina. Se non si guardano gli indici di borsa ma l’economia reale lo scenario è decisamente differente. La produzione industriale cinese a maggio ha registrato un tasso di crescita del 16,0% contro il +15,7% di aprile, con il dato che e’ stato sostenuto dall’ aumento delle esportazioni oltre che dalla dinamica delle vendite al dettaglio.

Oltre alla produzione industriale anche i rapporti con i paesi confinanti stanno migliorando in maniera sostanziale. Dopo anni di schermaglie la Cina ha confermato ieri di aver raggiunto un accordo col Giappone per lo sfruttamento dei giacimenti di gas sottomarini contesi tra i due paesi, che si ritiene potrebbero contenere ingenti quantità di gas.

Se vogliamo quindi spiegare i segni negativi delle borse asiatiche ed in particolare di quella cinese dobbiamo probabilmente guardare oltreoceano e considerare anche l’ipotesi che le vendite non siano dovute a cattive prospettive economiche del paese malamente rappresentato dall’indice borsistico che perde il 50% in pochi mesi, ma dalle pessime prospettiv economiche delle società finanziare che detengono i titoli e che necessitano voracemente ogni giorno di fare cassa.

Probabilmente ha ragione John Paulson, l’investitore che ha fatto registrare lo scorso anno i maggiori guadagni come gestore di hedge fund,che ha  previsto che tra svalutazioni e perdite il sistema bancario e finanziario dovrà accollarsi qualche cosa come 1.300 miliardi di dollari. Fino ad oggi gli oneri sono stati inferiori ai 400 miliardi. Se Paulson avesse dunque ragione si sarebbe a meno di un terzo del cammino verso il risanamento dei conti.

Purtroppo proprio questo risanamento dei conti, portato avanti svalutando il dollaro, ha creato una serie infinita di problemi a tutto il resto del mondo senza peraltro creare vantaggi duraturi all’economia americana. Non possiamo essere noi a sobbarcarci tutti i vostri problemi lascia intendere il governatore della banca centrale cinese, Zhou Xiaochuan, rammentando agli americani che la debolezza del biglietto verde fa salire le quotazioni petrolifere e delle materie prime, aumentando i rischi inflazionisti e indebolendo i paesi in via di sviluppo.

Ma dall’altra parte sono molto più preoccupati per i bonus miliardari che ogni grande capo o sottocapo di industria finanziaria regolarmente riceve e riceverà.

Roberto Malnati

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