La 'Paperissima' dei trader

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di Marco Mairate 20 Giugno 2008 | 10:53
Non bastano le crisi finanziarie, valutarie, energetiche e congiunturali che si abbattono ogni giorno sul mercato, ora anche palle da rugby, trader in fasce e operatori maldestri attentano ai patrimoni degli investitori e alla stabilità dei mercati finanziari. Un fenomeno trasversale che contagia tutte le banche dal Pacifico all’Atlantico e che non cessa mai di stupire.

L’annus horribilis di banche e società di investimento non è solo costellato dalle miliardarie svalutazioni legate ai cosidetti titoli subprime e affini ( Abs, Cdos, ecc) ma anche da una nuova e inquietante voce: le perdite legate ai cosidetti Rogue Trader.

Una serie di buchi clamorosi che macchiano l’immagine delle banche e la loro capacità di controllo del rischio interno.

L’ultimo avvenimento eclatante ha visto protagonista Morgan Stanley (seconda banca d’affari degli Stati Uniti) costretta ad ammettere un buco da 120 milioni di dollari causat da un  trader di Londra.

Matthew Piper, 36 anni e uno stipendio da 150.000 sterline l’anno,  è così l’ultimo di una lunga serie di Trader che per un motivo o per l’altro influiscono pesantemente sui bilanci delle banche con operazioni spericolate o per errori di valutazione (spesso volontari) che generano perdite miliardarie.

Certo i 120 milioni di dollari di Piper sono poca cosa rispetto i 7 miliardi di dollari ‘bruciatì’ da Jerome Kervel, trader in forza a Societe Generale, che nei primi giorni di gennaio ha causato (da solo o con la compiacenza del suo capo?) un vero e proprio shock finanziario sui mercati europei vendendo future per 5 miliardi di euro.

Alcune dei più 'famosi' Rogue Trader della storia con relative perdite

Mani di pastafrolla

Nella maggior parte dei casi i trader in questione sono operatori di medio livello che però hanno ampia libertà di azione. A questo si aggiunge la possibilità per molti di loro (come succedeva nel caso di Piper e Kerviel) di poter calcolare personalmente il bilancio guadagni perdite (P/L) dei loro portafogli con un’evidente conflitto di interesse tra la loro posizione e quella della banca.

Se infatti lo stipendio dei singoli trader è solo una ‘piccola’ parte di quanto è possibile guadagnare in un anno, le ‘manipolazioni’ sui propri portafogli diventano un’utile strumento per far lievitare bonus e la propria visibilità all’interno del gruppo.

I cosidetti ‘errori’ però non sono solo legati ad eventi fraudolenti ma anche al caso o alla goffagine dei trader stessi.

Eclatante il caso dell’ottobre del 1998, quando, dalle sale operativa di quella che era ancora Salomon Brothers, partì un ordine di vendita (errato) per 10.000 contratti future sul mercato dei derivati francese (MATIF) causando una perdita immediate per la banca di alcuni milioni di dollari.

Una successiva indagine interna alla banca dimostrò che l’errore fu causato da un trader che maldestramente schiacciò il tasto F12 (vendita immediata) sulla propria tastiera, facendo così partire l’ordine errato.

Per rimanere negli Stati Uniti, nel settembre 2006, nella sala trading di  Bank of America una palla da rugby lanciata da un trader in direzione di un suo collega cadde con un tempismo perfetto sulla tastiera di quest’ultimo, causando una vendita da 50 milioni di dollari (anche questa errata).

In questo caso però la vendita fu anticipata rispetto a quanto programmato e gravò sul bilancio profitti e perdite della banca ‘solo’ per alcuni milioni di dollari.

Chiudiamo la carrelata degli strafalcioni con Mizuho Bank. La banca giapponese nel dicembre 2005 perse 224 milioni di dollari perché un trainee (stagista) di 20 anni immise per due settimane consecutive ordini di acquisto tutti sbagliati.

Il giovane sprovveduto, infatti, comprò per ben 41 volte un titolo sulla Borsa Giapponese invertendo prezzo e quantitativo (comprava 610.000 azioni J:Com a 1 Yen invece che una singola azione a 610 Yen). Conclusione la Borsa Giapponese perse il 2% e la banca 224 milioni di dollari.

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