Tremonti e i falsi Robin Hood

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di Private Banker 7 Luglio 2008 | 13:00
Giulio Tremonti si sta dimostrando l’uomo più abile nella comunicazione nel panorama politico attuale e la sua proposta di tassare gli utili delle compagnie petrolifere con quella che ha definito una Robin Hood tax è certamente mediatica e suggestiva. Soprattutto se seguita da affermazioni tipo: «è giusto tassare un po’ di più i petrolieri per dare burro, pane e pasta alla gente più povera».Ma siamo certi che queste affermazioni non celino un comportamento ambiguo e che, tolta la maschera, il buon Giulio non riveli la sua vera natura di Sceriffo di Nottingham?

Sì, perché il prezzo del petrolio come quello delle commodities sale per le aspettative di rialzo alimentate dalla speculazione, pertanto un aumento del fisco si può percepire come un aumento dei prezzi ulteriore e ricadere in termini di aspettativa sui prezzi delle materie prime.
Ciò vale anche per le annunciate maggiori tasse per banche e assicurazioni, che troppo facilmente si potrebbero tradurre in maggiori costi per i correntisti.
Ma nella foresta di Sherwood, capire chi è nel giusto non è facile e la confusione è tanta se anche il capo della CISL, Raffaele Bonanni non trova di meglio che scagliarsi contro gli hedge fund proponendo tasse speciali per chi opera in modo speculativo.
Forse non sa che in Italia i fondi hedge tutto fanno tranne che speculare, i rendimenti sono da buoni postali e nessuno guadagna.
Potrebbe venire il dubbio che chi guadagna è certamente uno speculatore da combattere e da spremere, mentre chi perde, vedi Alitalia, è da aiutare.
Nei prodotti finanziari, per esempio, si è abolito per legge l’unico costo che i clienti pagavano volentieri: la performance fee, cioè una percentuale che il gestore si tratteneva dell’utile della gestione, finendo per trasferire tali costi su altre voci che il cliente deve comunque pagare.
Nella foresta di Sherwood spicca l’assenza di idee del Partito Democratico, che tanto bene aveva cominciato col decreto Bersani per le liberalizzazioni alcuni anni fa, ma che poco ha concluso nell’area dei servizi finanziari, se si esclude il controverso decreto che consente di trasferire liberamente il proprio mutuo da una banca all’altra senza costi né penalità. Certo il momento non è semplice per un partito che ha sempre trovato grande forza nei principi sociali e nelle conquiste politiche di egualianza, ma che nelle recenti elezioni ha dovuto constatare che oggi le masse vogliono risposte piu concrete: sicurezza, casa, caro vita. Ma nella foresta di Sherwood tra falsità e mezze verità ci sono milioni di persone ottimiste che continuano a credere in ciò che fanno e in un futuro ricco di opportunità, coscienti che non è facile distinguere fra veri e falsi Robin Hood. Ogni giorno il mondo dei servizi finanziari dovrà confrontarsi con quelle iniziative che consentono di ammodernare e far crescere il sistema. Un grande aiuto a tale evoluzione è rappresentato dalla nostra appartenenza all’Europa che ci obbliga a superare in modo sovranazionale i limiti decisionali che ci caratterizzano da sempre.
Un esempio è la prossima introduzione della Ucits IV, una normativa in evoluzione a livello europeo che tenderà fra l’altro a semplificare le procedure di distribuzione dei servizi finanziari.


Consentirà, infatti, di distribuire immediatamente i fondi armonizzati, consentirà alle società di gestione basate in uno Stato membro dell’Unione Europea di gestire fondi istituiti in altro Stato membro tramite succursale o mediante la libera prestazione di servizi, agevolando così la fusione fra fondi, anche appartenenti a Stati diversi, per aumentare le masse gestite e ridurre il peso dei costi di gestione. Questo è un tema che abbiamo più volte affrontato, ma di grande importanza se pensiamo che il gruppo Intesa-Sanpaolo, leader italiano del risparmio gestito con una quota di mercato di oltre il 25%, conta oggi 347 prodotti basati in vari centri (Irlanda, Lussemburgo e Italia) con un evidente spreco di costi organizzativi.
Ogni fondo, infatti, ha organismi di gestione, di amministrazione, di controllo e ogni giorno deve essere determinato il valore delle quote, tenuta la contabilità e garantito un livello di informazioni costosissimo. Con meno di 50 prodotti si potrebbe offrire un servizio molto più efficente, trasparente ed economico.

E’ vero che questo è il frutto di fusioni e di duplicazioni che in venti anni si sono succedute, ma è vero anche che il legislatore ha una opprtunità concreta per porre un rimedio a tale confusione.
Un’altra prova cui i politici sono chiamati a dare una seria e concreta risposta riguarda gli obblighi informativi per i risparmiatori che acquistano prodotti finanziari.
Da una parte la Ucits IV propone di ridurre al minimo il documento: due pagine con le informazioni chiave per chi investe, costi, rischi, caratteristiche; dall’altra parte il legislatore nella applicazione della MiFID sta introducendo norme che tendono a elevare il numero di informazioni da fornire al risparmiatore e da conservare.

A tal proposito è indicativo il regolamento Consob, nel quale sono introdotte le regole di condotta dei consulenti finanaziari. I consulenti dovranno dare la massima tutela al risparmiatore e per il legislatore ciò si traduce in documentazione e burocrazia:
«il consulente tiene evidenza della data e dell’ora in cui ciascuna raccomandazione è stata comunicata al cliente, dello strumento finanziario e delle operazioni raccomandate, del quantitativo e dei limiti di prezzo eventualmente suggeriti…». Ogni azione catalogata, e per anni, al solo scopo di poter dimostrare di essere un buon consulente. Certamente chi ha scritto questa legge non ha mai fatto il lavoro di consulente finaziario e in ogni caso questo modo di procedere non migliorerà il sistema, contribuirà solo a far abortire sul nascere le prospettive di crescita della professione di consulente finanziaro indipendente.
A volte dietro i falsi Robin si celano gli emissari dello Sceriffo di Nottingham.

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