Un gatto che si morde la coda

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di Redazione 1 Luglio 2008 | 12:30
Gli italiani continuano a non avere un buon rapporto con i prodotti assicurativo-previdenziali. I dati relativi alla raccolta premi delle polizze e i soggetti iscritti alla previdenza complementare ne sono, purtroppo, una conferma. Secondo le rilevazioni Ania il 2008 non si è aperto sotto i migliori auspici. La raccolta premi a fine aprile 2008 risultava, infatti, inferiore allo stesso periodo dell’anno scorso di circa 20 punti percentuali. E se guardiamo i soli fondi pensione aperti il calo è di oltre il 70%.

I “colpevoli”? Le compagnie assicurative/società prodotto; lo Stato; i consulenti finanziari.

Le imprese finiscono sul banco degli imputati per la tipologia di prodotti offerti ai risparmiatori. Siamo troppo distanti dall’offerta previdenziale evoluta presente in paesi come gli USA. Anzi. In Italia si registra una vera e propria carenza di strumenti in grado di soddisfare appieno le esigenze pensionistiche degli investitori. Sia per l’assenza di prodotti flessibili, in termini di gestione e di decumulo del capitale, sia per la carenza di servizi di assistenza post-vendita.

Vero è che spesso le compagnie assicurative e le società prodotto devono fare i conti con le forti rigidità imposte dallo Stato che, ad esempio, obbliga spesso i fondi pensione a dotarsi di una linea garantita. Ovvero, rendimenti certi ma sotto il livello dell’inflazione.

E così anche lo Stato finisce sul banco degli imputati dal momento che non ha mai accennato all’ipotesi di rivoluzionare seriamente il sistema previdenziale e non ha mai concesso vera libertà di scelta a gestori e lavoratori. I primi devono fare i conti spesso con paletti molto rigidi in termini di scelta dei prodotti da inserire nei portafogli dei fondi pensione (gli hedge fund per il nostro sistema previdenziale sono ancora un’utopia).

I clienti devono “accontentarsi” di fondi pensione aperti, di categoria o di polizze assicurative previdenziali: gli unici prodotti sui quali esiste un beneficio fiscale della deducibilità dal reddito imponibile. In un tale contesto non trova spazio la competitività.

E il primo effetto è la completa assenza di stimoli per i consulenti finanziari che, però, non sono esenti da colpe. Frenati dalla scarsa propensione alla previdenza degli italiani e dalla carenza di prodotti flessibili e innovativi, spesso i consulenti preferiscono non proporre soluzioni ai clienti aiutandoli, così, a rimandare ulteriormente la scelta sul fronte pensionistico.

Ma il primo ruolo del consulente finanziario non dovrebbe essere quello di guidare il cliente a elaborare una corretta pianificazione finanziaria di breve, medio e lungo termine? Ben vengano tutte le attenuanti, ma ad oggi il mercato assicurativo-previdenziale è un gatto che si morde la coda.

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