La discesa non si ferma

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di Redazione 2 Luglio 2008 | 07:01
I mercati asiatici mettono a segno la nona discesa in 10 giorni, con le case automobilistiche e le compagnie di navigazione che primeggiano in negativo. Il motivo è sempre quello: il prezzo del petrolio fuori controllo e il dollaro che nel contempo si indebolisce.

Il Nikkei 225 si appresta a chiudere con il decimo segno negativo consecutivo. Un vero record statistico che non trova precedenti negli ultimi 43 anni. E se in Giappone con Toyota Motor si piange, dall’altra parte dell’oceano di certo non si ride, visto che giugno è stato il mese più nero per il mercato automobilistico americano con il collasso delle vendite di Suv e pick up, con Ford che accusa una flessione del 28%, Chrylser del 36% e Gm del 18,5%.

Soluzioni a portata di mano non se ne vedono, dato che proprio ieri il re Abdullah dell’Arabia Saudita, ha sottolineato che i prezzi attuali del greggio sono bassi se paragonati ad altre fonti di energia e che un aumento della produzione, peraltro tecnicamente improbabile, non li farebbe scendere.

L’Opec sta cercando di convincere il resto del mondo che il mercato è ben rifornito e che non intende agire sulle quote, ma la realtà che emerge dai dati è decisamente differente.

L’EIA (Energy Information Administration) ha effettivamente rilevato che nel mese di Aprile il consumo di petrolio negli USA è sceso di ben 811.000 barili con un calo di quasi il 4% rispetto all’anno precedente e che anche la Corea del Sud con un calo del 6% e la Cina con un calo del 4% hanno fatto la loro parte. Ma purtroppo tutto ciò che viene consumato in meno dai grandi consumatori viene bruciato alimentando cattedrali nel deserto dai paesi produttori che grazie alla rinnovata ricchezza e ai risibili prezzi applicati in patria compensano qualsiasi risparmio.

Dal rapporto di medio termine dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (l’associazione che riunisce 27 Paesi consumatori) presentato in occasione del XIX Congresso mondiale del petrolio che si sta svolgendo a Madrid si evince che il mercato del petrolio resterà sotto pressione fino al 2013 con una domanda in rallentamento e un’offerta che crescerà sotto le attese.

Intanto attraverso il numero uno del cartello dei paesi produttori, Chakib Khelil, l’organizzazione manda a dire alla Bce che un rialzo dei tassi d’interesse farebbe aumentare ulteriormente i prezzi del petrolio. Un avvertimento per Trichet, che si prepara a ritoccare i tassi all’insù.

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