Sarkò e la corsa agli armamenti

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di Marco Mairate 4 Luglio 2008 | 10:00
Fino allo scorso anno, fondi sovrani o ancora peggio i Sovereign Wealth Fund, erano entità astratte di cui si conosceva poco o nulla. Oggi gli stessi fondi sono al centro di dibattiti e conferenze che cercano di appurare se e quanto questi fondi possano danneggiare o rissolevare le sorti dell’economia mondiale.

Tutti vogliono il proprio fondo sovrano. L’ultimo, in ordine di tempo, a sottolineare l’importanza strategica dei mega fondi è stato il Presidente francese, Nicolas Sarkozy (nella foto) .

La memoria corre ai tempi della guerra fredda tra Usa e Urss, quando lo ‘scontro’ tra i due blocchi si giocava più con la corsa agli armamenti che sullo scontro diretto.

Oggi è lo stesso, solo che questa volta le superpotenze invece di sfoggiare missili balistici intercontinentali, utilizzano i miliardi di dollari accumulati con il petrolio e riserve valutarie.

Un altro aspetto è cambiato rispetto a 50 anni fa: la geografia delle nuove superpotenze, oggi, ha spostato il suo baricentro molto più a est, coinvolgendo in prima linea tutto il continente asiatico e la ricchissima area mediorientale.

I fondi sovrani, oggi, sono diventati il simbolo del boom economico dei paesi cosidetti emergenti (fino a quando verranno chiamati emergenti è cosa ardua da sapere ndr): paesi che negli ultimi 10 anni hanno costruito la propria ricchezza economica grazie alle riserve valutarie accumulate negli anni e soprattutto agli enormi ricavi generati dalla vendita di materie prime.

Questi fondi sono arrivati a detenere asset per 2,9 trilioni di dollari ma, entro il 2015, questa cifra dovrebbe lievitare fino a 12 trilioni di dollari. Una potenza di fuoco inimmaginabile che darebbe la possibilità ai fondi di superare (in termini di masse gestite) prima le riserve valutarie mondiali e poi di avvicinarsi al patrimonio di compagnie assicurative, fondi pensione e fondi comuni. (vedi grafico)

La mappa della ricchezza mondiale per soggetti (dati in trilioni di dollari, Fonte:Morgan Stanley)

Il caso vuole che nessuno si è mai occupato di SWF fino a che, la scorsa estate, alcuni di questi colossi hanno fatto capolino nella crisi subprime, offrendo ancore di salvataggio a banche e società in crisi.

Da allora i fondi sovrani sono diventati le star dell’economia mondiale; veicoli pieni di miliardi di dollari (il fondo ADIA degli Emirati Arabi Uniti dispone di 875 miliardi di dollari) poco o per nulla regolamentati e dietro cui si ‘celano’ i principali paesi esportatori di petrolio o materie prime.

Il Presidente francese Sarkozy deve aver fatto due calcoli è arrivato alla conclusione che un grande paese come la Francia non possa non avere il suo fondo Sovrano. Poca importa che in Francia non ci sia la minima ombra di petrolio o di zinco, “Intendo trasformare Caisse des Depotsin in un fondo sovrano – ha detto il presidente Francese durante una conferenza tenutasi a Creusot – non ci sono ragioni per cui la Francia non debba averne uno (di fondo sovrano ndr)”.

L’idea di Sarkozy è però leggermente diversa da quella di altri fondi. Se infatti i tradizionali fondi sovrani in circolazione hanno un atteggiamento ‘offensivo’ l’idea di Sarkozy è invece esattamente opposta: costruire un mega fondo da utilizzare come arma di difesa dagli ‘attacchi’ degli altri fondi.

“A livello pratico il passaggio dallo stato di banca controllata dallo stato a fondo sovrano è minimo. Ricordiamo infatti che questi fondi funzionano pressappoco come dei fondi pensione – spiega a Bluerating, Stephen Jen, Managing Director e Chief Currency Economis per Morgan Stanley nonché  grande conoscitore dell’universo dei fondi sovrani –  il vantaggio di un fondo sovrano è invece quello di avere una maggior flessibilità in termini di obiettivi di investimento e porre così maggiore enfasi sulle performance del fondo e fronteggiare con maggior tolleranza rischi e volatilità. Proprio la volatilità del portfolio però è anche una delle variabili negative di questi strumenti”.

Il timore di Sarkò è infatti che, complice la crisi dei mercati e le basse valutazioni di Borsa, alcuni fondi possano tentare l’affondo sui campioni nazionali transalpini e comprare con i petroldollari fette di economia francese. Ovviamente un ipotesi inaccettabile per l’orgogliosissima Francia.

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