Asset allocation, i due volti dei green bond

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di Redazione 27 Luglio 2021 | 14:33

È ben noto a tutti che le emissioni di Green Bond siano accelerate rapidamente. Nel 2020, il mercato ha superato la soglia dei 1.000 emittenti ed il numero di fondi che investono attivamente in Green Bond aumenta altrettanto velocemente. Negli ultimi mesi, società di gestione tra cui Amundi, Allianz, AXA, BlackRock e Vontobel hanno istituito fondi dedicati unicamente a questi strumenti.

Il primo semestre del 2021 ha segnato un momento importante per il mercato dei Green Bond. Sono stati infatti emessi circa 150 miliardi di dollari in obbligazioni benchmark-sized, segnando un aumento del +150% rispetto agli stessi periodi nel 2019 e nel 2020.

Per quanto riguarda i fondi di investimento, secondo l’agenzia di rating Fitch, a fine primo trimestre dell’anno corrente gli asset under management di fondi Green Bond hanno raggiunto i 22 miliardi di euro globalmente. Anche in questo caso, l’aumento rispetto all’anno precedente è stato notevole (dell’80%).

“Ma lo spazio per crescere ancora non manca“, fa notare Pietro Sette, research associate di MainStreet Partners, che di seguito illustra nel dettaglio la propria view.

I fondi Green Bond rappresentano infatti solo lo 0,2% del totale investito in fondi obbligazionari. L’agenzia di rating Moody’s prevede che i Green, Social e Sustainability Bond potrebbero rappresentare fino al 10% del totale delle obbligazioni emesse quest’anno, presentando quindi ai gestori di fondi obbligazionari (o multiasset) interessanti opportunità in questo segmento di mercato.

Una storia recente ma in continua evoluzione

È utile guardare a questo fenomeno in prospettiva e allo stesso tempo ripercorrere la storia.

Dal 2007 al 2012, l’offerta di Green Bond è stata sostenuta da piccole transazioni emesse principalmente da emittenti sovranazionali. In sei anni sono stati emessi ‘solamente’ 30 miliardi di dollari in obbligazioni.

In seguito, governi locali (principalmente Francia e Stati Uniti) sono hanno iniziato ad emettere le prime Green Bond. Nel 2013, hanno fatto seguito i primi emittenti corporate, dagli stessi paesi, come Bank of America e EDF.

A fine 2016, i governi hanno aperto i primi programmi di emissioni ‘green’. La Polonia è stato il primo paese a muoversi, seguita a stretto giro dalla Francia, ad inizio 2017.

Negli ultimi anni, invece, le aziende, principalmente Utility, hanno dominato il mercato, arrivando a rappresentare quasi il 60% di emissioni annuali nel periodo 2017-2020. In questo periodo, abbiamo anche assistito ad un fenomeno di apertura verso altri settori economici, come quello delle telecomunicazioni e del sanitario/farmaceutico.

Anche l’Unione Europea ha annunciato un piano di emissione ‘green’ che vale 225 miliardi di euro. Questo verrà elargito nel periodo 2021-26 e farà parte del recovery fund Next Generation EU, un programma da 750 miliardi di euro.

Alcune domande aperte

La crescita dei Green Bond è stata spinta dalla sempre maggiore attenzione degli investitori verso la trasparenza e la accountability, così come dall’interesse nel misurare e gestire metriche non finanziarie. Allo stesso tempo, grazie al crescente utilizzo di questi strumenti, gli emittenti ‘green’ possono posizionarsi al meglio rispetto ai loro rivali, aprendo la strada alla realizzazione dei loro obiettivi ESG.

Tuttavia, rimangono aperte diverse domande sulla capacità o meno, degli emittenti, di passare dalle intenzioni ai fatti, degli investitori, di individuare le migliori opportunità d’investimento e comunicare efficacemente la performance ai loro clienti.

Alcune delle principali domande aperte riguardano:

  • la necessità di una chiara definizione di Green Bond, per evitare il fenomeno di greenwashing;
  • il ruolo dello European Green Bond Standard nel contesto globale;
  • l’esistenza o meno di un rischio di liquidità nei Green Bond;
  • la questione rendimenti, ovvero se essi siano spinti verso l’alto dalla “moda” del momento per la finanza sostenibile o meno;
  • il ruolo dell’investitore nell’analizzare in maniera imparziale l’impatto ambientale e sociale di questi investimenti.

Dal 2010 MainStreet Partners si è posta in prima linea sul mercato dei Green Bond, costruendo uno dei database più completi sul mercato di Green, Social e Sustainability Bond.

Un modello quantitativo proprietario fornisce un rating per ciascuna di queste obbligazioni, indipendentemente dalla tipologia di emittente (corporate, sovranazionale o sovrano). Questo si basa, in parte, su una valutazione ESG dell’emittente (un’impresa o un ente governativo), ed in parte sulla valutazione ESG specifica per il Green, Social o Sustainability Bond. Questo sistema valuta, ad esempio, l’allineamento dei proventi con la strategia di sostenibilità dell’emittente, la qualità dei progetti finanziati ed il meccanismo di finanziamento utilizzato. Da un lato, il rating aiuta a gestire il rischio ESG complessivo di un’emissione, derivante sia dall’emittente che dal livello di sostenibilità dell’obbligazione. Dall’altro, i dati di impatto (ambientale o sociale), insieme al rating ESG, consentono la misurazione (ex-post) e la massimizzazione (ex-ante) di KPI di sostenibilità selezionati, come CO2 evitata o PMI finanziate.

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