Investimenti: la Fed non inciderà

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di Redazione 18 Agosto 2021 | 16:12

Secondo Mark Haefele, Chief Investment Officer di Ubs Global Wealth Management, il messaggio dei funzionari della Fed è che la banca centrale inizierà a ridurre solo gradualmente le misure di sostegno monetario varate durante la pandemia e questo contesto continuerà a complicare la caccia ai rendimenti, ma gioca a favore delle azioni e in particolare dei comparti ciclici. Ecco di seguito nel dettaglio l’outlook dell’esperto.

L’inflazione statunitense si mantiene sui livelli più alti da più di 10 anni. Tuttavia, l’analisi dei dati complessivi sembra indicare che l’impennata dei prezzi sarà solo temporanea. In base ai commenti rilasciati la scorsa settimana da vari funzionari della Federal Reserve (Fed), restiamo convinti che l’istituto non si sentirà costretto a operare una stretta prematura. Come a giugno, anche a luglio l’indice dei prezzi al consumo (IPC) degli Stati Uniti ha registrato un aumento del 5,4% a/a, il più elevato degli ultimi 13 anni. L’indice «core» (escluse le componenti più volatili come alimentari ed energia) è comunque salito del 4,3% a/a, segnando solo un lieve calo rispetto all’incremento del 4,5% di giugno. Tuttavia, l’analisi dei dati sembra confermare che l’inflazione resta sotto controllo e probabilmente scenderà nei prossimi mesi.

I principali fattori che hanno sospinto l’inflazione durante la pandemia cominciano a riassorbirsi

I prezzi dei veicoli usati sono stati uno dei principali motori dell’inflazione, poiché gli americani hanno evitato i mezzi pubblici e l’offerta di veicoli si è ridotta a causa del calo delle insolvenze sui finanziamenti auto favorito dagli aiuti governativi. A luglio i prezzi sono aumentati del 41,7% a/a, ma l’incremento su base mensile è rallentato dal 10,5% ad appena lo 0,2%. I biglietti aerei, che a loro volta avevano dato impulso all’inflazione negli ultimi mesi, sono calati dello 0,1% su base mensile. Anche se la pandemia ha modificato le abitudini di spesa, rendendo più difficile interpretare i dati, sembra che le distorsioni si stiano riassorbendo. Gli effetti base che contribuiscono a tenere alta l’inflazione – ovvero il confronto con i livelli depressi dei prezzi toccati l’anno scorso durante la pandemia – dovrebbero cominciare a uscire dall’intervallo di calcolo nei prossimi mesi.

L’inflazione rimane contenuta per la maggior parte dei beni

L’andamento dell’indice dei prezzi è stato distorto da un gruppo ridotto di beni e servizi e l’IPC ha registrato un incremento mediano del 2,3%, segnando solo una moderata accelerazione rispetto al 2,1% d’inizio anno. La media troncata dell’inflazione, escluse le variazioni dei prezzi ai due estremi della distribuzione, è salita dal 2,9% di giugno al 3%, livello che a nostro avviso non basta a mettere in allarme le banche centrali. Inoltre, i prezzi degli immobili residenziali registrano la crescita più rapida degli ultimi 30 anni, ma contribuiscono solo indirettamente all’aumento dell’inflazione. La componente immobiliare dell’inflazione viene infatti calcolata in base agli affitti. Il ritmo d’incremento dei canoni di locazione è piuttosto modesto e a New York gli affitti sono perfino scesi a luglio per la prima volta dal 1958.

L’aumento delle quotazioni dell’energia ha già toccato il punto massimo

Il prezzo del greggio Brent è salito di circa il 53% negli ultimi 12 mesi a 69,6 dollari il barile. Ci aspettiamo che il petrolio riprenda la sua corsa dopo la decelerazione delle ultime settimane, ma prevediamo che il Brent si stabilizzi intorno a 75 dollari tra la fine del 2021 e l’inizio del 2022. L’eventuale rallentamento delle quotazioni petrolifere eliminerebbe un altro importante motore dell’inflazione complessiva. L’analisi dei dati sembra quindi avvalorare la previsione della Federal Reserve (Fed) di un calo delle pressioni sui prezzi e non giustifica un ritiro precoce degli stimoli monetari. La scorsa settimana sono giunte ulteriori conferme che la Fed non ha fretta di alzare i tassi.

La funzione di reazione della Fed è cambiata

Con il passaggio a un obiettivo d’inflazione media, come dimostrano i commenti rilasciati dal Presidente della Fed di Atlanta Raphael Bostic: «Il Comitato non alzerà più i tassi d’interesse in via preventiva per gestire un surriscaldamento del mercato del lavoro per paura che finisca per generare inflazione».

I prezzi al consumo Usa non rendono necessario l’intervento della Fed

Prima della recente impennata, l’inflazione PCE «core» non saliva stabilmente sopra il 2% fin dai tempi della crisi finanziaria globale. La Fed ha dichiarato che si concentrerà sull’inflazione a medio termine, ma non ha comunicato quale sarà il periodo di riferimento. In base alla media mobile a un anno (periodo di riferimento di 12 mesi) l’inflazione PCE «core» si attesta intorno al 2%, mentre a due, tre e cinque anni si mantiene ampiamente al di sotto del 2% (figura 1).

La Fed ha imparato la lezione del taper tantrum del 2013

Pertanto, ora i funzionari dell’istituto forniscono indicazioni particolareggiate e graduali sul ritiro degli stimoli monetari e diminuisce così il rischio di un errore di comunicazione in grado di innescare un’impennata dei rendimenti obbligazionari a 10 anni. La Presidente della Fed di San Francisco Mary Daly ha ribadito che la banca centrale inizierà a ridurre solo gradualmente le misure di sostegno monetario varate durante la pandemia. Oltre alla robusta crescita e al rapido recupero degli utili aziendali, ci aspettiamo che la politica monetaria ancora espansiva favorisca un ulteriore rialzo azionario. I settori ciclici e value dovrebbero risultare particolarmente avvantaggiati e continuiamo a consigliare agli investitori di prepararsi per le riaperture e la ripresa.

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