Mercati, dollaro: outlook e target a medio termine

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di Redazione 31 Agosto 2021 | 13:02

Ora che la maggior parte delle popolazioni delle nazioni sviluppate è parzialmente o completamente vaccinata, molte restrizioni sono state rimosse e le economie hanno iniziato a riprendersi con forza. Questo allentamento dei vari lockdown appare evidente guardando l’indice COVID-19 Government Response Stringency (per gentile concessione dell’Università di Oxford) che è sceso ai minimi dall’inizio della pandemia negli Stati Uniti, nel Regno Unito e nella maggior parte delle nazioni dell’UE con alcune di eccezioni, in particolare la Germania).

Da inizio 2021 l’economia statunitense ha registrato prestazioni particolarmente buone, con una rapida campagna vaccinale che le ha consentito di registrare il quarto trimestre consecutivo di crescita nel secondo trimestre dell’anno. Il massiccio pacchetto di aiuti da 1,9 trilioni di dollari del presidente Biden ha ulteriormente sostenuto la ripresa e ha portato a un boom nei consumi, anche se pensiamo che abbia in parte frenato il ritmo delle assunzioni.

Lo scatenarsi della domanda repressa, insieme alla scarsità di offerta, ha fatto aumentare nettamente l’inflazione negli Stati Uniti negli ultimi mesi: l’indice core dei prezzi al consumo, ad esempio, è salito al livello più alto dal 1992 a giugno. Questa è una tendenza a cui stiamo attualmente assistendo in gran parte del mondo sviluppato, come è evidente dal G10 Inflation Surprise Index di Citibank, che a luglio è salito al massimo storico di 55,3 .

Con la riduzione delle preoccupazioni per il virus, a parte le riacutizzazioni localizzate dell’infezione causate dalla variante delta, riteniamo che il principale fattore trainante delle principali valute nella seconda metà dell’anno sarà il modo in cui le banche centrali risponderanno alle crescenti pressioni inflazionistiche. Finora, la Federal Reserve ha insistito sul fatto che il picco dei prezzi è transitorio, anche se riteniamo che un accenno ad una riduzione programma di QE sia probabile alla riunione del FOMC di settembre. La Banca d’Inghilterra ha tenuto un tono simile sull’inflazione, anche se pensiamo potrebbe aumentare i tassi di interesse nel 2022, quindi prima di Fed e BCE. Per quanto riguarda la Banca centrale europea, il tono adottato è stato più accomodante e ha indotto il mercato a respingere le aspettative di normalizzazione delle politiche monetarie, portando EUR/USD al livello più basso da quattro mesi.

Dollaro Usa

La valuta statunitense è stata tra le migliori nel G10 nel primo trimestre dell’anno, con il Dollar Index che ha toccato i massimi da cinque mesi alla fine di marzo. Questa sovraperformance è stata, a nostro avviso, in gran parte dovuta all’approvazione del pacchetto di stimolo del presidente Biden e all’impressionante campagna vaccinale statunitense, che ha spinto al rialzo i rendimenti e ha permesso all’economia di riaprire più velocemente rispetto a gran parte dei paesi sviluppati. Questi guadagni sono stati quasi completamente annullati tra aprile e maggio, anche se il dollaro ha registrato un forte rialzo dopo la riunione di giugno della Federal Reserve sulle crescenti aspettative di un aumento dei tassi.

L’andamento del Dollar Index

Con la maggior parte delle restrizioni ormai rimosse in gran parte degli Stati Uniti, l’attenzione tra gli investitori si è rivolta alla politica monetaria della Federal Reserve e alle opinioni della banca centrale sull’andamento dell’inflazione negli Stati Uniti. Negli ultimi mesi abbiamo assistito a un forte aumento delle pressioni inflazionistiche negli Stati Uniti causato da una combinazione di domanda repressa, aumento dei prezzi delle materie prime e interruzioni dell’offerta. Finora l’indice headline dei prezzi al consumo ha quasi sempre superato le aspettative, salendo al 5,4% a giugno e luglio, il livello più alto dall’agosto 2008. Ancora più sorprendente è stato il rapido aumento dell’indice core (solitamente meno volatile), che col 4,5% di giugno è balzato al massimo da quasi 30 anni. Il tasso annualizzato a tre mesi dell’inflazione core, che dà una buona indicazione della dinamica dei prezzi in quanto non è distorto dall’effetto base, è salito ad un allarmante 10,6% a giugno ed è rimasto all’8,1% il mese scorso.

L’inflazione Usa

Finora, i banchieri centrali hanno continuato a sottolineare che questo picco dell’inflazione sarà di breve durata. Le comunicazioni del presidente del FOMC Jerome Powell sono state contrastanti durante la riunione di luglio. Powell non è sembrato particolarmente preoccupato per la recente diffusione della variante delta sia a livello nazionale che internazionale. Ha sottolineato come storicamente le ripercussioni economiche tendano ad essere inferiori ad ogni successiva ondata e che come sia ragionevole presumere che andrà così anche questa volta. Powell ha anche minimizzato l’impatto dell’aumento dell’inflazione negli Stati Uniti. Ha ammesso che i prezzi sono aumentati più velocemente del previsto negli ultimi mesi, anche se ha sottolineato ancora una volta che il picco di inflazione probabilmente svanirà e che è necessaria pazienza prima di intervenire. Vale la pena ricordare che la Fed ora ha un target di inflazione media al 2%, quindi non avrebbe fretta di aumentare i tassi anche se la sua misura preferita per la crescita dei prezzi, l’indice PCE, dovesse superare questo livello per un breve periodo di tempo.

Il mercato, tuttavia, alla riunione di luglio è stato deluso dalla mancanza di chiarezza riguardo alle tempistiche della riduzione del QE. Powell ha dichiarato che la banca ha fatto le prime riflessioni su come ridimensionare gli acquisti, sebbene non abbia ancora preso alcuna decisione in merito. Inoltre ha sottolineato come la Fed sia ancora “molto lontana” dal prendere in considerazione un aumento dei tassi di interesse. Secondo il “dot plot” della Fed di giugno, sette membri del comitato ora si aspettano tassi più alti nel 2022 (rispetto ai quattro di marzo) e tredici ora vedono almeno un aumento entro la fine del 2023 (prima erano sette). Ciò ha aumentato il valore mediano e ha suggerito che la Fed ora si aspetta due rialzi prima della fine dell’orizzonte di previsione. Alla luce delle recenti sorprese in materia di inflazione, pensiamo che un’altra revisione al rialzo potrebbe verificarsi nella riunione di settembre, il che potrebbe portare a rialzi nel 2022.

Mentre l’inflazione ha continuato a essere molto elevata, l’economia statunitense è cresciuta come previsto negli ultimi mesi. Il rapido e significativo allentamento delle restrizioni, combinato con l’approccio generalmente più rilassato nell’applicazione di tali misure, ha permesso all’economia statunitense di superare la maggior parte dei suoi pari fino ad oggi. L’economia USA è cresciuta di un solido 6,5% annualizzato nel secondo trimestre, a seguito di una crescita altrettanto impressionante del 6,3% nel primo trimestre. Particolarmente incoraggiante è la robusta ripresa dei consumi a partire dal picco delle chiusure. Lo scatenarsi della domanda repressa e una politica fiscale molto accomodante hanno sostenuto la ripresa della domanda interna. Le vendite al dettaglio sono aumentate notevolmente all’inizio dell’anno e sono state del 18,2% superiori a giugno rispetto ai livelli pre-pandemia (febbraio 2020). Anche gli indicatori dell’attività delle imprese sono rimasti molto forti, con il PMI dei servizi dell’ISM che a luglio è rimasto al di sopra del livello di 60 per il quinto mese consecutivo.

Vendite al dettaglio USA

Anche il mercato del lavoro statunitense ha continuato a riprendersi relativamente bene, nonostante il generoso pacchetto di incentivi di Biden abbia senza dubbio frenato il ritmo delle assunzioni negli ultimi mesi. Altri 943 mila posti di lavoro netti sono stati aggiunti a luglio, il numero massimo da agosto 2020, mentre anche il numero di giugno è stato rivisto al rialzo a 938 mila. Circa il 75% dei posti di lavoro persi durante l’intero periodo di pandemia è stato ora recuperato, con il tasso di disoccupazione che è sceso bruscamente al 5,4% dal 5,9%. Anche i salari orari medi stanno crescendo a un ritmo molto costante (4% su base annua), il che fa ben sperare per la crescita durante il resto dell’anno. Le preoccupazioni relative alla diffusione della variante delta hanno fornito supporto al dollaro, dato il suo status di valuta rifugio. Anche se la situazione del virus all’interno degli Stati Uniti è notevolmente migliorata ora che circa il 59% della popolazione del paese ha ricevuto almeno una dose di vaccino. Tuttavia, rimaniamo preoccupati per l’elevato numero di cittadini no-vax, che negli Stati Uniti è maggiore a molti dei principali paesi. Sebbene questo non sia un grosso problema al momento, riteniamo che l’aumento dei livelli di infezione durante i mesi invernali possa creare problemi dal lato dell’offerta e alterare il comportamento di spesa dei consumatori. Riteniamo che l’impatto dei vaccini sull’economia statunitense sia già scontato nelle quotazioni del dollaro. Pertanto, rimaniamo ribassisti sul dollaro e continuiamo a prevederne un deprezzamento rispetto alla maggior parte delle altre valute.

Il ritorno alla normalità dell’attività economica globale grazie ai vaccini dovrebbe, a nostro avviso, sostenere la propensione al rischio e pesare sulle valute rifugio, incluso il dollaro. Prevediamo inoltre che il divario nella performance economica tra gli Stati Uniti e la maggior parte del resto del mondo sviluppato si ridurrà, una volta che la ripresa prenderà piede altrove. L’insistenza della Federal Reserve sul fatto che l’inflazione negli Stati Uniti sia temporanea e la pressione politica contro politiche monetarie restrittive suggeriscono anche che il divario tra la retorica del FOMC e le effettive variazioni dei tassi di interesse potrebbe essere piuttosto ampio. Riteniamo che la Fed desideri lasciare un ragionevole lasso di tempo tra la riduzione del suo programma di QE e l’aumento dei tassi. Non ci aspettiamo alcuna notizia sulla riduzione del QE fino a settembre, mentre difficilmente vedremo aumenti dei tassi prima di fine 2022 o inizio 2023.

A cura di Ebury

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