Investimenti: attenzione alle dinamiche della domanda di lavoro

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di Redazione 23 Settembre 2021 | 09:31

Esiste una relazione inversa molto stretta fra il tasso di disoccupazione e quello d’inflazione, codificata dalla curva di Phillips. Concepita alla fine degli anni ’50 del secolo scorso, la relazione non faceva altro che trasferire sul mercato del lavoro il principio economico che a fronte di una risorsa scarsa (il lavoro), il suo prezzo relativo tendeva ad aumentare. Se la relazione ha mostrato di funzionare molto bene negli anni ’70, oggi la curva di Phillips appare piatta: la disoccupazione si riduce, ma i prezzi (il costo del lavoro) non cresce, anzi tende pure a diminuire.

La prima e più logica spiegazione è che il progresso tecnologico e la globalizzazione hanno aumentato l’offerta di lavoro, diminuendone i prezzi. Tuttavia, l’appiattimento della curva sembra anche essere direttamente proporzionale all’indebolimento del potere contrattuale dei lavoratori: non quindi la quantità di lavoro a disposizione tende a determinare l’inflazione, quanto piuttosto la sua qualità, intesa come capacità di avere voce in capitolo nei contratti di lavoro.

In altre parole, la variazione marginale dell’output gap può originare fenomeni inflattivi molto diversi tra di loro, in funzione del contributo del numero dei lavoratori e delle ore lavorate per unità nell’aggiustamento ciclico dell’input di lavoro. L’indebolimento del potere contrattuale del fattore di produzione lavoro, ha indotto le impresa a reagire agli shock esterni ricorrendo più a cambiamenti nel numero di occupati, piuttosto che delle ore lavorate per unità. Questo ha contribuito a portare ad un appiattimento della curva, che recentemente sembra però essersi risvegliata dal torpore.

Il tasso di disoccupazione USA, pari al 5,2% a luglio, era molto vicino a quello naturale indicato nell’intorno del 5%. I lavoratori dimissionari sul mercato USA hanno toccato un livello mai visto storicamente e pari a 4 mln di individui. Motivo questo per il quale per esempio l’aumento degli stipendi a bassa qualifica nell’ultimo anno (+6%) è stato superiore alla media dell’intero settore privato (+2,6%). Ma il fenomeno dimissioni si sta estendendo anche ai lavoratori più qualificati: nel settore dei servizi ad aprile hanno lasciato il proprio lavoro 700k unità, valore mensile più alto mai registrato. Inoltre, il tasso di partecipazione al mercato del lavoro è sceso costantemente negli ultimi 20 anni passando dal 67,3% del 2000 al 61,6%. Minore offerta di lavoro e domanda delle imprese crescente hanno fatto aumentare, come abbiamo visto, i salari.

La carenza di lavoratori potrebbe non finire tanto presto, vista la secolare flessione del tasso di partecipazione al lavoro. Sono chiare le ripercussioni a medio/lungo periodo sulla redditività delle imprese che di fronte a un aumento dei fattori della produzione (non ultima l’energia) si troverebbero costrette ad aumentare i prezzi per mantenere stabili i profitti, contribuendo così a creare una strisciante ed insidiosa inflazione di medio periodo. Di fronte a questo scenario appare chiaro che occorrono politiche monetarie e fiscali non convenzionali: ma quali?

Lo scenario di incertezza fatto da inflazione, rendimenti reali incerti e profitti delle imprese sotto pressione, condito da una pandemia che non accenna a mollare la presa, farebbe probabilmente aumentare la volatilità dei mercati.

A cura di Antonio Tognoli, Head of Research di Integrae Sim

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