Investimenti, Italia: le possibili vie di uscita dalla spirale del debito

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di Redazione 4 Ottobre 2021 | 10:04

Nessun dato macro o di mercato importante in uscita oggi. Quindi parliamo dell’Italia. Solow, dice che la crescita economica può arrivare dalla maggiore produttività che a sua volta richiede investimenti, i cui effetti non sono però immediatamente visibili. L’enorme massa di liquidità iniettata nel sistema dalle banche centrali prima e il sostegno delle politiche fiscali poi, sembrano però aver, in parte, “sterilizzato” questa verità.

Il sistema economico cresce anche senza un aumento della produttività, ma grazie al debito che prima o poi dovrà essere ripagato. E proprio qui sta il problema. I mercati continueranno a dare fiducia all’Italia e quindi a sottoscrivere il suo debito, oppure si arriverà a un punto in cui il rischio di default diventerà talmente elevato che nessun rendimento offerto sarebbe in grado di pareggiarlo. E ancora, come pensiamo di ripagare i debiti?

Diverse sono state nel tempo le proposte per ridurre questo fardello. Una in particolare, credo sia d’attualità: è stata formulata da P. Savona e M. Fratianni. Il progetto si ricollega in parte al cosiddetto Chicago Plan, elaborato in Nord America all’inizio della grande crisi da economisti come H. Simons (1933) e da I. Fisher (1935).

La proposta, oltre al rapporto debito/PIL, si proponeva anche di risolvere due altri gravi problemi: quello della difesa del risparmio privato (che la Costituzione, dice che deve essere tutelato dallo stato) e quello delle banche che custodiscono il risparmio ma che non possono completamente garantirlo.

La proposta consiste nel dividere le banche che raccolgono moneta (money bank) da quelle che concedono credito (credit bank) al fine di annullare i rischi e oneri di gestione delle insolvenze che gravano sui depositi, e di concentrare l’attività delle banche nella valutazione del merito per concedere credito in modo da ridurre le sofferenze.

Secondo il Chicago Plan, il denaro raccolto con i conti correnti a vista non dovrebbe essere usato per offrire credito e quindi come leva per “creare dal nulla” nuova moneta. Andrebbe invece depositato presso la banca centrale e investito in moneta legale e in sicuri titoli di Stato. La riserva bancaria frazionaria andrebbe abolita, mentre i depositi a vista dei correntisti dovrebbero essere garantiti al 100% (con il bail in si è andati in direzione opposta e, inoltre, la terza direttiva che prevede la garanzia Europea sui depositi non è ancora stata attuata). Tutti i tipi di prestiti, che per loro natura presentano dei rischi e non possono essere completamente garantiti, dovrebbero essere invece offerti dalle banche commerciali che sarebbero obbligate a provvedere alla loro copertura con capitale proprio, obbligazioni o altri strumenti.

In pratica le banche commerciali dovrebbero diventare intermediari puri, la cui attività dipende dalla capacità di trovare finanziamenti esterni prima di essere capaci di far credito. Questo sistema ridurrebbe il principale fattore critico del settore creditizio attuale, cioè il disallineamento tra la durata dei debiti e dei prestiti: attualmente infatti i conti correnti possono essere estinti a vista, ma finanziano mutui e prestiti alle aziende che sono immobilizzati per tempi lunghi.

Secondo il progetto di Fratianni e Savona, i risparmiatori, in cerca della massima garanzia e tutela dei loro soldi, sposterebbero su basi volontarie i loro depositi (in particolare quelli utilizzati come mezzo di pagamento formalmente garantiti dal Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi, cioè quelli fino ad un massimo di 100mila euro) presso una nuova istituzione statale, la Banca-Moneta. Quest’ultima custodirebbe i depositi in maniera completamente sicura grazie alla loro copertura integrale e al loro inserimento nella catena telematica blockchain attivabile da parte dei titolari per effettuare pagamenti con un click del telefonino o con il mouse del computer.

La banca-moneta finanzia con i depositi  garantibili, gli acquisti di titoli di stato. La banca-moneta diventa un acquirente fisso di debito pubblico. Nel tempo lo stock di debito detenuto dalla banca-moneta cresce in virtù del fatto che la domanda di moneta è sensibile al reddito. Il debito pubblico diventa meno pesante per l’economia perché lo stock di debito detenuto dalla banca-moneta  non è sensibile al tasso di interesse, in virtù della caratteristica di cliente “fisso”. In sintesi e contabilmente, il debito non diminuisce ma la proposta ha come beneficio collaterale una importante riduzione della componente “interest-rate sensitive” del debito pubblico”.

Quale sarebbe in conclusione il risultato di questa operazione? Secondo le stime di Fratianni e Savona, qualora l’intera massa di depositi garantibili si spostasse sulla banca-moneta – processo questo molto probabile perché i risparmi sarebbero così perfettamente tutelati e i depositi meno costosi – la quota di debito pubblico negoziata sul mercato finanziario, e quindi soggetto alle incertezze e alle speculazioni caratteristiche di questo mercato, si ridurrebbe di circa 800/1000 mld, riducendo quindi il rapporto con il PIL.

Questo progetto sfrutta il fatto che la ricchezza del Paese è circa sei volte il PIL e che i mezzi di pagamento ne sono parte integrante; quindi è possibile garantire (e nazionalizzare) il debito grazie alla notevole somma costituita dai depositi bancari. Ma non solo: secondo i proponenti, i risparmiatori sarebbero i maggiori beneficiari, e anche le banche e l’economia reale godrebbero di alcuni importanti benefici.

Nella situazione attuale, varrebbe la pena di approfondire la questione.

A cura di Antonio Tognoli Head of Research di Integrae Sim

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