Fondi Hedge per tutti!

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Avatar di Marco Mairate 21 Luglio 2008 | 10:04
La crisi del risparmio gestito italiano ha trovato una prima risposta all’interno del rapporto di 50 pagine reso noto da Banca d’Italia nel week end. Tra le diverse proposte fatte (si va dalla modifica della tassazione del realizzato, ad una maggior apertura nella fase di distribuzione fino ad una maggiore autonomia delle SGR) si arriva ai fondi speculativi. Anzi no, Alternativi.

Si, infatti, uno dei primi cambiamenti decisi dalla maxi commissione che ha visto la partecipazione dei rappresentati dell’industria dei fondi, Consob e Ministero dell’Economia, è proprio quella di cambiare il nome dei fondi hedge italiani da speculativi ad alternativi.

Come dire, dopo dieci anni di vita (i primi fondi autorizzati in Italia risalgono al 1999) siamo riusciti a modificare una delle scelte più invise a investitori e player dell’ industria: quell’apellativo (speculativi appunto) ad un prodotto (soprattutto in Italia) che di speculativo aveva ben poco.

Ma se questa modifica ‘formale’ potrebbe far avvicinare con più facilità gli investitori a questa asset class, molto di più potranno fare le nuove proposte di modifica al regolamento dei fondi e alla soglia minima di acceso.

Numero massimo di investitori

Nel primo caso, viene proposto di eliminare il numero massimo di aderenti al fondo (attualmente pari a 200 unità): in tutto il mondo infatti i fondi hedge sono legati ad un massimo numero di aderenti. Questo perché la forma societaria dei fondi negli altri paesi impone questo vincolo per potere utilizzare la forma giuridica della limited liability partnerships (LLP) e Limited liability companies  (LLC).

La seconda modifica (proposta) riguarda la soglia minima di investimento che dovrebbe passare da 500 mila a 250 mila euro (fino a 25 mila per i fondi di fondi).

Soglia minima di acceso

Questo secondo aspetto risulta più spinoso e ampiamente discusso. La soglia minima di accesso infatti è da sempre il minimo comune denominatore dei fondi hedge: una barriera all’ingresso che ha fatto si che gli hedge divenissero uno strumento dedicato solo alla clientela wealthy o istituzionale.

Il dibattito è aperto da tempo e la cosiddetta retealizzazione dei fondi hedge è argomento complesso. C’è infatti chi crede che anche gli investitori retail (250mila euro sono ancora molti per definire uno strumento retail) debbano avere accesso a questa asset class capace di performare in ogni condizione di mercato. Ci sono poi i ‘puristi’ che lamentano il fatto che un’apertura dei fondi hedge ‘al mercato’ porterebbe ad uno snaturamento di questi fondi e decreterebbe la loro ‘morte’.

Cosa succede negli altri paesi

Nel resto dell’Europa i fondi hedge da tempo non sono più appannaggio di HNWi e istituzionali. In Irlanda, è possibile acquistare fondi di fondi hedge con una soglia di ingresso di 12.500 euro. In Francia, invece, bastano 10.000 euro per i fondi di fondi onshore.  Anche in Germania esiste un mercato retail per i fondi fondi onshore.

Un secondo aspetto, ma molto più interessante, riguarda l’effetto dell’apertura al mercato retail sulle performance dei fondi. Una tale apertura , infatti, è supportata da diversi paper accademici che evidenziano come la relazione masse/performance sia tutta a svantaggio di queste seconde.

“Tutti i fondi, che siano di dimensioni modeste, medie e grandi, possono fare bene con le giuste competenze, gestione dei rischi e se sono in grado di cogliere tutte le opportunità. Questi tre elementi, insieme, sono la chiave del successo. Come abbiamo tutti potuto osservare, quando i fondi hedge, soprattutto quelli grandi come Amaranth e LTCM, perdono il focus sul rischio o si allontanano dal core business, i disastri sono possibili” commenta Andrew Zachary, Ceo di Pyxis Capital Management, società di servizi dedicati ai fondi hedge di medi e piccole dimensioni. 

Effettivamente gli hedge, con tutti i limiti di ingresso del caso, oggi gestiscono masse superiori i 2 trilioni di dollari contro i 13 trilioni amministrati dai fondi comuni (dati relativi al solo mercato statunitense,  Investment Company Institute).  In Italia il mercato degli alternativi vale 35 miliardi contro i quasi 380 miliardi di euro dei fondi tradizionali.

E’ ovvio che il gap è ancora molto ampio (i fondi alternativi pesano poco meno del 9% sull’industria del risparmio gestito italiana) ma è anche vero però le performance di questi prodotti sono da sempre legate alle masse gestite.

Secondo una recente analisi condotta da Barclays, i piccoli fondi (quelli con un patrimonio inferiore ai 100 milioni di dollari) in media hanno generato un rendimento annualizzato dell’8,61% (dati dall’inizio del 2000) il dato scende ad un rendimento del 6,29% annualizzato per i fondi con un patrimonio superiore ai 2 miliardi di dollari. Due punti percentuali di performance in meno e con la medesima standard deviation (5,97% vs. 5,68%).

Aprire il mercato alternativo al retail è una bella cosa, trasformare l’industria hedge nei ‘nuovi’ fondi comuni di investimento meno.

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