Asset allocation: i quattro trend da considerare nel mercato Esg

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di Redazione 11 Ottobre 2021 | 15:32

La tematica ESG nel mercato obbligazionario non è più una semplice moda. Rappresenta un vero e proprio cambiamento di paradigma. Questi sviluppi si possono vedere innanzitutto nel boom di emissioni a tema ESG, ma non solo, dal momento che tutto porta a una trasformazione del mercato creditizio, affinché prenda in considerazione i vincoli e le opportunità degli ESG: le linee guida sulle normative, sul fisco, sulle tasse e sulla politica monetaria, l’impatto sui piani strategici delle società, sui loro rating finanziari e di conseguenza sulle loro valutazioni. Ecco di seguito la view dettagliata di Paul Gurzal, Head of Credit department, e Jérémie Boudinet, Portfolio manager & Credit Analyst, entrambi de La Française AM.

Nella prima metà del 2021, le emissioni ESG (Green, Social, Sustainability Bond e obbligazioni legate alla sostenibilità) avevano già superato il totale emesso nel 2020 (531 miliardi di dollari, secondo i nostri dati). Questo trend è dovuto sia alle emissioni governative/sovrane, sia a quelle corporate, le cui emissioni ESG sono quintuplicate su base annua nel primo semestre dell’anno, secondo Morgan Stanley, inclusi 45 miliardi di euro nel solo campo dell’Investment Grade denominato in Euro da inizio anno.

I principali trend futuri individuati:

  • Finalmente, una vera diversità di settori! Le emissioni ESG, a lungo riservate al mercato Investment Grade (IG), soprattutto finanziari e utilities, stanno diventando sempre più popolari nell’high yield e in altri settori più vari. In proporzione, ovviamente, le emissioni ESG Investment Grade rimarranno la maggioranza (rappresenteranno circa il 90% delle emissioni ESG nel 2021) per via della struttura del mercato obbligazionario europeo, ma il numero aumenta sempre più nell’high yield e secondo noi non finirà presto.
  • Le obbligazioni legate alla sostenibilità (SLB) sono destinate a crescere fortemente. Alla fine del 2020, la BCE ha accettato l’idoneità di questi titoli per i programmi per l’acquisto di asset, cosa che dovrebbe contribuire in maniera sostenibile allo sviluppo di questo segmento di mercato. Questo è un bene, poiché permette a nuove società di emettere bond identificando chiaramente gli obiettivi ambientali, ma la diffusione di tali operazioni evidenzia la difficoltà – se non l’impossibilità – di monitorare e giudicare tutti gli indicatori di performance ambientali, che variano per ogni emissione e per ogni emittente. In questo modo quindi gli SLB operano in conformità con le emissioni tradizionali e non prendono in considerazione il potenziale aumento della cedola nel caso in cui non vengano raggiunti gli obiettivi. Le ambizioni degli SLB sono dunque variabili come le loro strutture, il che potrebbe far sì che vi siano delle pratiche negative, come la possibilità di un rimborso anticipato dell’obbligazione ancor prima che questa rischi di vedere un aumento della cedola, o di utilizzare i fondi raccolti per pagare i dividendi agli azionisti.
  • La standardizzazione dei Green Bond è vicina. Il 6 luglio la Commissione Europea ha pubblicato una proposta di un quadro legislativo per uno Standard Europeo dei Green Bond (EU GBS), che potrebbe essere messo in atto nel 2022. In sintesi, la misura chiave della proposta consiste nel fatto che tutti i Green Bond soggetti a questo standard dovranno essere perfettamente in linea con la Tassonomia Europea, i cui ultimi atti dovrebbero essere pubblicati entro la fine del 2021. Secondo noi questa è un’ottima iniziativa, che farà aumentare la comparabilità dei Green Bond corporate e renderà più facile misurare le loro ambizioni. Forse questo porrà un freno alla crescita incontrollata dei Green Bond, dal momento che dovranno essere al 100% in linea con le attività Green identificate dalla tassonomia?
  • Il “Greenium” per ora è finito. Secondo noi questo concetto, che definisce il premio di valutazione che le emissioni ESG possono ottenere, non dovrebbe avere più importanza nel settore dei corporate bond. Appare evidente se si confronta un tradizionale indice IG in Euro con un Indice Green (si veda il grafico), ma crediamo anche che, a meno di un forte aumento della volatilità, è meno probabile che le emissioni ESG riescano a scambiare a prezzi significativamente più alti rispetto a obbligazioni comparabili non ESG. Infatti, la crescita delle emissioni ESG è così forte da “rimpiazzare” il mercato non ESG, cosa che secondo noi sta normalizzando le distorsioni tra domanda e offerta, specialmente per via del fatto che l’offerta di fondi di tipologia ESG (secondo l’articolo 8 o 9 della normativa SFDR) sta crescendo fortemente e ha sempre più la precedenza sulle allocation sui fondi di obbligazioni tradizionali.

Questi cambiamenti non riguardano solo le emissioni a tema ESG, infatti siamo convinti che queste aree influenzeranno in maniera significativa il mercato dei corporate bond. Le società europee si trovano costrette a modificare le loro direzioni strategiche per poter prendere in considerazione nuove normative e nuove leggi, come la Tassonomia, il piano “EU Fit for 55”, etc. La riduzione e la neutralizzazione delle emissioni di gas serra sono ora alcuni degli obiettivi più prioritari di ogni società, a prescindere dal settore di attività. Gli investitori non stanno facendo errori e stanno pian piano identificando (e, di conseguenza, penalizzando) i “ritardatari”, i cui risultati finanziari e performance azionarie saranno negativi, a causa di questi movimenti di allocation. I flussi di allocazione verso le società e i fondi in area ESG probabilmente amplieranno questi trend di base più fortemente e rapidamente, a partire dal 2022.

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